Concerti, Joanna Newsom: la recensione dello show di Milano




Concerti, Joanna Newsom: la recensione dello show di Milano 28 set 2010 - La seconda a Milano delle giovane californiana non è più alla Casa 139, dove si esibì il 27 settembre del 2007, ma su un palco ancor più prestigioso, dove la sua arpa pare essere di casa, almeno alla vista. È quando comincia a suonarla che capisci che non ne farà un uso classico, ed è quando inizia a cantare che gli spettatori arrivati solo “sulla fiducia” comprendono che, a meno di farsi andar bene suoni aspri ed atmosfere dissonanti, per loro sarà una lunga serata. In realtà la musica Newsom, che non privilegia la rassicurante forma canzone, diventa subito splendidamente godibile grazie anche alla band magistralmente orchestrata da Ryan Francesconi. Due violini, chitarra, batteria e trombone usati in modo mai banale su una musica molto scritta ma non per questo priva di passione. La Newsom si alterna elegantemente dall’arpa al piano con una confidenza davvero notevole per suoi 28 anni, e da finta timida riesce comunque a non risultare antipatica. Il clima rarefatto si alterna a vigorosi scossoni comandati dalla sua voce dolce e potente, “untrainable” come l’ha definita una sua maestra. La scaletta contiene soprattutto brani dell’ultimo album “Have one on me”, ma ciò non indispettisce, come accadrebbe in tanti concerti di artisti più noti ed esperti, perché questa è una serata in cui si ascoltano cose nuove, non una di quelle in cui ci si gode quel che già si conosce. Che le sonorità ricordino la Bjork non elettrica e che la sua voce assomigli a volte a quella di  Tori Amos poco importa, le esecuzioni sono tutte sorprendenti e Joanna ha una capacità di interagire con il pubblico che alla lunga coinvolge anche i più riottosi, e quelli seduti lassù in alto e che si aspettavano un po’ di strofa e ritornello. Un’ora e mezza di musica mai banale, chiusa, prima di un paio di bis richiesti dalla felice platea in piedi, da una strepitosa versione di “The Book of Right-ON”, tutt’ora la sua canzone di maggior successo, che ha scaldato i cuori e ci ha concesso di uscire dal teatro sorridenti. Come se avessimo finalmente ascoltato qualcosa che non conoscevamo. Che poi fosse Psycho Indie Appalachian Folk non lo sapremmo dire con certezza. (Stefano D’Andrea – http://lamerikano.wordpress.com/)


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