Concerti, Mumford & Sons: la recensione dello show di Milano




Concerti, Mumford & Sons: la recensione dello show di Milano 11 set 2010 - Forse i più sorpresi erano proprio loro, i Mumford & Sons. Probabilmente non si aspettavano che il loro primo concerto a Milano diventasse un piccolo trionfo. Quella di ieri sera al Teatro dell’Arte era la seconda volta in Italia per il gruppo inglese, dopo la data dell’anno scorso al Covo di Bologna. E a giudicare da com’è andata bisogna augurarsi che il gruppo guidato da Marcus Mumford torni presto, perché ha dimostrato di essere una delle band più interessanti in circolazione. C’è qualcosa di spirituale nella loro musica, che arriva prima allo stomaco che all’orecchio. Forse è questo che li rende così intensi, così trascinanti, soprattutto dal vivo.
A dire la verità, la serata non era cominciata proprio nel migliore dei modi. A causa delle lacune organizzative del teatro c’erano troppi spettatori nel parterre e circa 50 persone sono state costrette a spostarsi in galleria, una situazione che ha creato malumori più che comprensibili. Ad aprire il concerto, iniziato quindi con 45 minuti di ritardo, ci hanno pensato i Fanfarlo. La band londinese fonde folk e indie rock e ha regalato un’esibizione davvero niente male. Ma il piatto forte doveva ancora arrivare. Quando i Mumford & Sons salgono sul palco sono già le undici e un quarto. Si parte con “Sigh no more” che, come spesso capita con i pezzi del gruppo inglese, parte piano, in modo quasi bucolico, per poi impennarsi e diventare un’irresistibile cavalcata folk. Così, quando il banjo di Winston Marshall inizia le sue pennate, il Teatro dell’Arte è già una polveriera. La cosa che stupisce è che, se si escludono due o tre pezzi, la band non usa la batteria. Ma francamente sembra non averne bisogno, per come riesce a infiammare il palco. Come detto, si crea da subito un clima di festa. Anche gli artisti sono visibilmente stupiti, ma di certo non può che far loro piacere. Il cantante-chitarrista Marcus è la vera anima dei Mumford & Sons, nonostante il carattere timido e educato. Quando parla tra una canzone e l’altra, a volte in un italiano stentato, sembra quasi nascondersi. Ma quando imbraccia la chitarra e canta è tutta un’altra storia: la sua voce, che sa essere aspra o delicata a seconda delle occasioni, è il vero punto di forza di questa band. Ma i meriti non sono tutti suoi: il banjo di Winston Marshall ad esempio è altrettanto importante, soprattutto per la forza ritmica che riesce a dare ai pezzi. Come detto, il pubblico reagisce alla grande, cantando a squarciagola le “hit” “Little lion man”, “Roll away your stone” e “The Cave”, forse il momento più intenso della serata. Ma non mancano anche episodi più riflessivi come l’ottima “Timshel”, che a tratti sembra un vero e proprio spiritual, o la tormentata “Thistle & weeds”, più elettrica e quasi psichedelica. C’è spazio anche per due nuove canzoni, “Nothing is written” e “Lover of the light”. Interessante la prima, da risentire la seconda. Il set dura circa un’ora e mezzo e scorre via così, come un’onda, fino alla conclusiva e struggente “White blank page”, che diventa un vero e proprio tripudio per la band. Quando il gruppo esce dal palco tra gli applausi, ancora incredulo per l’accoglienza trionfale, Marcus strappa perfino una promessa. “Torneremo presto”, dice sorridendo. Non è detto, ma noi lo speriamo. (Giovanni Ansaldo)


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