Concerti, Crosby, Stills & Nash: la recensione dello show di Aosta
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22 lug 2010 - Nel 1974, all’apice della popolarità, Crosby, Stills and Nash (allora con Neil Young) inauguravano l’epoca dei megaconcerti riempiendo gli stadi in giro per gli States. Oggi che hanno rispettivamente 69, 65 e 68 anni è un miracolo che siano ancora vivi (Crosby) e che facciano ancora musica (Stills), dunque non è un problema neppure per loro suonare in una “venue” piccola (1.200 posti, tutti occupati) e accogliente come quella allestita a fianco del suggestivo Anfiteatro Romano di Aosta. L’ambiente è rilassato e rilassante, la scenografia spettacolare: dietro il palco si ammira il profilo delle montagne, il cielo del tramonto, un grosso spicchio di luna, a lato le antiche rovine dell’Impero. “E’ la prima volta che suoniamo in un posto più vecchio di noi”, scherza Graham Nash rompendo il ghiaccio – ce ne fosse bisogno – con un pubblico già estremamente ben disposto. Poco prima il trio, accompagnato dagli scafati session men losangelini Bob Glaub (basso) e Joe Vitale (“l’italiano del gruppo”, alla batteria), nonché dai più giovani e valenti tastieristi Todd Caldwell (organo Hammond) e James Raymond (il figlio di Crosby, al pianoforte), i Fab Three avevano esordito ad alto voltaggio con “Woodstock”, Stephen terribilmente arrancante alla voce che subito si riscatta con un bell’assolo di Fender Stratocaster. Sì, perché questo è indiscutibilmente un viaggio nel passato e nella nostalgia: rivisitazione di una musica diventata “classica” e di un’epoca epica che ancora scaldano i cuori. Stills, dicevamo, è il più macilento anche se è visibilmente dimagrito: le corde vocali sono arrugginite, le dita sulla chitarra forse non sono più sciolte come un tempo, ma quando si scalda è ancora lui ad alzare la temperatura rock di quello straordinario mostro a tre teste che sono tuttora CSN. Nash, asciutto e longilineo, è decisamente il più in forma dei tre, un British gentleman che si incarica di dialogare con il pubblico e di dirigere le operazioni sul palco. E Crosby…beh, a Crosby – immobile come una statua, acciaccato, il viso tuttora incorniciato dai baffoni da tricheco e da una capigliatura rada ma leonina – basta aprire bocca e sfoderare un timbro miracolosamente cristallino sulle note di “Long time gone” per far spellare le mani alla platea: lo sguardo è dolce e sornione, la battuta pronta (“stasera faremo solo le canzoni che mi ricordo: più o meno tre, forse cinque”), il carisma intatto. Sarà così per tutto il concerto, “Déjà vu” si becca una standing ovation dopo una falsa partenza, portando al proscenio con brevi assolo tutti i musicisti (e Nash intanto sorseggia un bicchiere di vino rosso). Ognuno – com’è sempre stato – si prende i suoi spazi, Graham con “Military madness”, “Marrakesh Express” (molto rallentata nel ritmo) e l’inedita “In your name”, invocazione contro le guerre di religione, Stephen con la latineggiante “Bluebird” dei Buffalo Springfield e “Southern cross”, tutti e tre con l’inno hippie ed escapista di “Wooden ships” incorniciata da altri assoli di chitarra e di organo accolti da urla di giubilo. “Ogni volta che andiamo in tour ci sono discussioni su quale canzone di Neil Young eseguire”, dice Crosby introducendo la nostalgica “Long may you run” in cui è ancora Stills a incaricarsi spericolatamente delle lead vocals. Seguono venti minuti di intervallo, i “ragazzi” devono riprendere fiato. Si è alzata un po’ di brezza, David e Stephen tornano indossando una giacca prima di lanciarsi in un miniset semiacustico con “Helplessly hoping” e i primi assaggi dal disco di cover che i tre stanno preparando con Rick Rubin: tocca a “Norwegian wood” (Beatles) e a “Midnight rider” (Allman Brothers Band, Stills sul finale ha un sussulto rabbioso e tira fuori la voce!), al Dylan di “Girl from the North country” e agli Stones di “Ruby Tuesday”, dove le leggendarie armonie a tre parti scintillano (quasi) come un tempo. E’ di nuovo il momento di Crosby, che accompagnato da Nash regala una volta ancora la magia ipnotica di “Guinnevere”, sorprende con il brevissimo ripescaggio del pamphlet politico “What are their names” ( dall’epocale album solista “If I could only remember my name”), commuove con “Delta”. Graham, amico per la pelle, risponde con il pianoforte e il crescendo avvolgente di “Cathedral” (dopo una solenne introduzione chiesastica di Raymond), e la filastrocca pop di “Our house”, infallibile nell’accattivarsi il pubblico. I “power chords” di una più che convincente “Behind blue eyes” (Who) riportano a centro palco le tre chitarre elettriche di inizio concerto, per un finale a tutto rock dominato dalle svisate di Stephen (ovazioni anche per lui) e dalla voce squillante di Crosby. Come si fa a resistere ad “Almost cut my hair” e a “Love the one you’re with”? Il calorosissimo pubblico aostano, infatti, non ci pensa due volte, abbandona le sedie e si riversa a ridosso del palco (c’è anche qualche faccia giovane!). “Chicago”, non prevista in scaletta, è un omaggio di Nash al promoter Adolfo Galli, che canta a memoria tutte le canzoni. E “Teach your children” è la chiosa inevitabile, con i “singalong” del pubblico istigati dall’istrionico Graham. “Alla prossima volta”, annunciano i tre prima di scappare alla volta di Nyon per la prossima data e prepararsi al tour americano estivo in compagnia di Tom Petty & the Heartbreakers. Abusi e stravizi gli hanno fatto acquistare perso, perdere voce e capelli, accumulare altre rughe. Eppure, sembrano molto più uniti, convinti e divertiti di dieci, quindici o vent’anni fa.(Alfredo Marziano)
Setlist
(Prima parte) “Woodstock” “Military madness” “Long time gone” “Bluebird” “Marrakesh Express” “Southern cross” “In your name” “Long may you run” “Déjà vu” “Wooden ships”
(Seconda parte) “Helplessly hoping” “Norwegian wood” “Midnight rider” “Girl from the North country” “Ruby Tuesday” “What are their names” “Guinnevere” “Delta” “Cathedral” “Our house” “Behind blue eyes” “Almost cut my hair” “Love the one you’re with” “Chicago” “Teach your children”
TAGS: Anfiteatro Romano, Aosta, Concerti, Crosby Stills & Nash, Live
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