Concerti, Pearl Jam: la recensione dello show di Londra
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28 giu 2010 - Arrivare ad Hyde Park non è troppo difficile: fermata Marble Arch, due passi fuori dalla metro e già si viene catapultati nella ressa che lentamente passa i controlli biglietto alla mano. Ci sono i Pearl Jam, tanto basta a mobilitare mezza città e richiamare da tutta Europa chi non vuole perdersi nulla del nuovo tour della band di Seattle. Sono io, invece, che mi perdo buona parte del cartellone pomeridiano dell’ottimo Hard Rock Calling, arrivando appena in tempo per sentire la coda dei sudatissimi Hives e conquistare una posizione decente nella prima spianata davanti al palco principale. A fare da apripista a Vedder e famiglia c’è Ben Harper, uno che in casa Pearl Jam non è per nulla straniero. Ha a disposizione un’oretta scarsa da utilizzare con i suoi Relentless Seven. Set riuscito a metà: Ben fatica ad ingranare e come se non bastasse patisce il confronto quando Vedder sale sul palco per duettare in “Under pressure”. Un totale di sette pezzi che solo nel finale convincono. Poco male, visto che la maggior parte dei presenti è ormai proiettata al set principale, agli headliner. Vedere i Pearl Jam che raccolgono abbastanza gente da riempire uno stadio e mezzo la dice lunga su quanto oramai i Nostri siano diventati un punto di riferimento non solo per l’ormai quasi estinto popolo del grunge, ma più in generale per quello del rock a tutti i livelli. E quello dell’Hard Rock Calling è stato un set che ha confermato senza ombra di dubbio il primato dei Pearl Jam. Sono le otto quando il sipario si apre. Come sempre il primo a mettere piede on stage è Vedder, seguito a ruota da Gossard, Ament, Cameron e McCready e dall’ormai quasi ufficiale sesto Pearl Jam Kenneth “Boom” Gaspar alle tastiere. Contro ogni previsione (del sottoscritto ovviamente, oramai alla terza volta live con i PJ, e in procinto di affrontare una quarta e una quinta a distanza di poco più di una settimana) è “Given to fly” a sancire l’inizio delle ostilità. Vedder beve vino, parla ed intrattiene come sempre. Il sound è pieno e potente ed investe Londra fino alle fondamenta. Sono arrivati i Pearl Jam e per due ore e venti il centro del mondo musicale ruoterà intorno al parco della capitale di sua maestà. C’è da fare un po’ di “noise” in terra inglese insomma. “Why go” e la cover dei Pink Floyd “Brain damage” sono l’antipasto prima di “Corduroy” che manda in visibilio la totalità della platea. McCready nel frattempo, da prova di essere probabilmente il chitarrista più sottovalutato della storia del rock, sfoderando assoli killer in sequenza senza mai perdere un colpo. Una vera macchina da riff. “Got some” viene proposta in versione più aggressiva rispetto all’originale e precede di poco la storica “Once” e “World wide suicide”. E qui va fatto notare quanto anche pezzi minori come quest’ultimo prendano una piega completamente diversa in versione live, acquistando tutta quella brillantezza ed aggressività che ci si aspetta solamente dai cavalli di battaglia. I PJ live invece hanno il dono raro e prezioso di riuscire a rendere tutto cento volte meglio che su disco, di trasmettersi in maniera totale in ogni nota, sia che si parli di un singolo arcinoto che di una ballata sconosciuta. Un po’ come per il Boss insomma vale l’assioma: il mondo si divide in due parti, chi ama i Pearl Jam e chi non li ha mai visti dal vivo. Vedere per credere. Comunque. “Elderly woman behind the counter in a small town”, “Amongst the waves” “Even flow”, “Unthought known” e “Nothingman” sono il corpo centrale della prima parte del set. Arriva poi una digressione di Vedder su Joe Strummer che introduce la cover di “Arms aloft”. La band è perfettamente rodata, gira come un orologio e pompa rock dalle casse inglesi manco ci fosse la regina in persona con una frusta a spronare questi destrieri d’oltreoceano. “Not for you” riaccende le ugole di chi ha voglia di cantare mentre “Of the earth” è un inedito che viene proposto alla platea in attesa di giudizio, un pezzo in puro stile PJ, con partenza aggressiva e tirate distorte in conclusione. Un pezzo che evidentemente è ancora in fase di rodaggio ma che fa ben sperare in vista della pubblicazione del prossimo album. A questo punto del set i PJ cambiano definitivamente marcia e con “State of love and trust” rompono i margini, rovesciando una quintalata di pura violenza sul sole inglese che non vuole cedere il passo alle più tradizionali nuvolone nere. Arrivano poi in sequenza “Do the evolution” (estrema, grezza, lancinante), “Wasted reprise” e “Betterman” prima della pausa di rito. Pochi minuti e si riattacca con il solo Vedder in versione acustica per quella poesia che è “Just breathe”, un pezzo che risplende grazie ad una voce meravigliosa e irripetibile. Ben Harper a questo punto restituisce il favore, mettendo a disposizione la chitarra per la storica “Red mosquito”, stacco che permette di tirare il fiato prima di quel pezzo che forse più di tutti è nel cuore degli amanti dei PJ: “Black” come sempre arriva al cuore, lo apre, lo straccia e ti lascia senza forze ad agonizzare a terra. Il defibrillatore che rimette le cose a posto è “Porch”, giusto prima che la band si prenda un secondo momento di meritato riposo. L’ultimo encore si apre con “Go” e “The fixer”, un pezzo che oramai gode dell’affetto riservato ai più amati tra i classici della band. Doppietta finale con “Alive” che fa cantare anche i muri e luci accese per “Yellow ledbetter”. Quando è il momento di lasciare Hyde Park non ho più voce e sono sudato come dopo un interminabile “due contro due” a calcetto. C’è poco da aggiungere a quanto già detto: i Pearl Jam sono senza ombra di dubbio la miglior band rock attualmente in circolazione. Che cosa si vuole di più? (Marco Jeannin) … Leggi l'articolo originale …
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