Concerti, Temper Trap: la recensione dello show di Milano
17 giu 2010 - I Temper Trap li ho amati dal primo secondo in cui il mio lettore cd ha cominciato a diffondere le prime note di “Conditions”, album d’esordio dei quattro australiani. Me li sono persi lo scorso dicembre alla casa 139, non potevo mancare di certo al loro secondo live milanese. Arrivo puntuale all’Alcatraz, non c’è ressa, d’altronde i concerti indie non prevendono orde di fans urlanti, ed è per questo che hanno sempre un posticino speciale nel mio cuore. Strano ma vero, riesco ad aggiucarmi un posto in prima fila, davanti alle transenne: il locale è pieno ma non all’inverosimile. In attesa del “pezzo forte” della serata, ad ingannare l’attesa arrivano i Kissaway, sembrano usciti da un servizio di moda di I-D, prongono un indie/alternative danese, a metà tra i Joy Division e i Sonic Youth. Menzione d’onore alla sezione ritmica, egregiamente sostenuta dal ragazzo che suonava i sonagli sul palco, esagitato all’estremo (sosia del coinquilino di Hugh Grant in “Nothing Hill”) ha rotto i suoi strumenti a fine live. Quando si dice musica d’impatto. Finalmente arrivano sul palco i Temper Trap: Dougy Mandagi, cantante del gruppo di origine indonesiana, è un vero metrosexual, in contrasto col batterista, che sembra uscito da un b-movie anni Ottanta. Inizia il live, che si apre con un intro strumentale, seguito da “Rest”. Il falsetto di Dougy cattura subito tutti. Arrivano la stranota “Fader” e “Fools”, il gruppo è davvero in forma. Mandagi ringrazia il pubblico in italiano e comincia a parlare, peccato il volume sia basso e la maggior parte delle parole si perdano. L’atmosfera è davvero piacevole, la gente si diverte ma in modo rispettoso, verso gli altri e verso chi sta sul palco. Si susseguono “Down River”, la bellissima “Love lost” e “Soldier on”. Chi è intorno a me canta a squarcia gola, e io sono rapita letteralmente, direi in estasi, mi sto davvero godendo il concerto e lo vedo soprattutto in “pole position” senza essere schiacciata da nessuno. Mi sembra di essere stata catapultata in un club newyorkese negli anni Ottanta, direi che sono nel posto giusto al momento giusto. Come un turbine arriva “Sweet disposition” ed è delirio. Il concerto si sta avviando alla conclusione, Dougy intona “Ressurrection” e fa una breve pausa. Il microfono viene spostato ed entrano una cassa e un piatto. Nel corso del concerto Dougy suonava i piatti della batteria sul palco ogni tanto, ma qui si sta per assistere a qualcosa d’altro. Inizia un pezzo acustico, dove sono protagoniste le percussioni. Il ritmo incalzante prende tutti, Dougy è un portento davvero: si balla e tanto. Ad un certo punto Madagi si appoggia al tamburo, ha una bottiglietta di acqua in mano, che piano piano versa sulla pelle tirata dello strumento. Si rialza e comincia a picchiare, facendo sollevare l’acqua e creando un effetto stupefacente, Un assolo da paura. La band rngrazia ed esce. Un gruppo di fans urla “Lorenzo”, ed esce il chitarrista, che in italiano inglesizzato ringrazia la terra natale dei suoi genitori. I Temper Trap offrono al pubblico un inedito, “Rabbit hole”, e concludono con “Science of fear”. Le luci s accendono, il flashback negli anni Ottanta finisce. Ancora stordita esco dal locale e penso che sia stato solo frutto della mia immaginazione, ma poi mi rendo conto che non è così: tra le mie mani stringo la scaletta, direttamente proveniente dal palco. (Rossella Romano)Scaletta:
Intro
Rest
Fader
Fools
Down River
Love Lost
Soldier On
Sweet Disposition
Resurrection
Drum song
Rabbit Hole
Science of Fear
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TAGS: Alcatraz, Concerti, Live, Milano, Reports, Temper Trap
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I Temper Trap sono una band di Melbourne (Australia), da qualche tempo di stanza a Londra. Il… leggi tutto >
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