Concerti, Megadeth: la recensione dello show di Milano




Concerti, Megadeth: la recensione dello show di Milano 07 giu 2010 - I Megadeth, tanto per iniziare con una formula standard, non hanno bisogno di nessuna presentazione. Chiunque abbia frequentato – anche solo casualmente – il metal negli ultimi 25 anni si è inevitabilmente imbattuto nella band di Dave Mustaine e conosce le vicissitudini del biondo chitarrista cantante (dalla cacciata dai Metallica appena prima di “Kill’em all”, al successo dei Megadeth, passando per i problemi di droga, la disintossicazione e la recente scoperta di Dio). A testimonianza della fama del gruppo parlano le cifre: tre date italiane il tre giorni, tre sold-out in sequenza. All’Alcatraz di Milano sono parecchi i delusi che si aggirano davanti ai cancelli cercando un biglietto o semplicemente bestemmiando, oppure prendendosela con le persone che lavorano al botteghino. I bagarini (che ormai si vedono a tutti i concerti e snobbano – forse – solo quelli delle band locali che si esibiscono nei pub) imperversano e sono insistenti come pusher di Amsterdam a fine anni Ottanta. Che dire: tutto folklore che, in un certo senso, aggiunge un tocco naif al quadretto Ma veniamo al concerto. Aprono gli italianissimi Labyrinth e Sadist che sbrigano le rispettive pratiche velocemente, visto che il pubblico non è esattamente dalla loro; tutti aspettano Megadave e la sua gang, anche perché – nonostante le incertezze del pre-concerto – sembra sicuro che i Megadeth suoneranno per intero il loro classicone del 1990: “Rust in peace”, quarto album e lavoro della consacrazione definitiva. Quando giunge il turno degli headliner la frenesia sale; alle prime note di chitarra si assiste a un florilegio di corna al cielo (Ronnie James Dio r.i.p.) e cori da stadio “Megadeth, Megadeth”. Poi, dopo che Shawn Drover, Chris Broderick e David Ellefson si sono schierati, arriva lui: sua maestà Mustaine, con capello fluente e camiciotto bianco (che evoca vagamente la divisa da cameriere di discoteca del basso Monferrato di 20 anni fa, ma in ambito thrash dona quel tocco di eleganza un po’ snob). Durante i primi due pezzi il suono è potentissimo ma deragliante – chitarra solista troppo alta, voce sepolta nel magma, batteria tuonante. Fortunatamente tutto viene aggiustato dalla zona mixer e si inizia chiaramente a percepire l’impatto devastante dei Megadeth nell’anno del signore 2010: un bulldozer d’acciaio che ti arrota con squisita strafottenza. Qualche brano classico di “riscaldamento” (tra cui una bella “In my darkest hour”) e si arriva al momento topico: “Rust in peace”, suonato d’un fiato in tutta la sua monumentale interezza. Non si rimpiange l’assenza di Marty Friedman alla chitarra – che pur diede moltissimo a quel disco – e vedere nuovamente la coppia Mustaine/Ellefson sul palco è una bella concessione alla nostalgia selvaggia. L’interazione col pubblico è praticamente nulla, ma è anche il bello della dinamica: i Megadeth sono sicuri di sé e non si curano di dettagli come un Alcatraz sold-out, pieno di metallari urlanti e adoranti (per la cronaca: lo spettro delle età dei presenti è veramente ampio e si va dall’ultraquarantenne al sedicenne accompagnato dai genitori). Dopo il brano finale di “Rust in peace” arrivano altri quattro pezzi, per poi giungere alla chiusura, con un bis all’insegna del revival più spudorato: una “Peace sells” – pescata direttamente dal 1986 – cantata a squarciagola da tutti, pugni levati al cielo ed espressione goduta. Un grande concerto, dunque? Magari non grande (Mustaine è piuttosto sfiatato e svogliato dietro al microfono, anche se quello di cantare non è mai stato il suo mestiere) nel senso di indimenticabile e imprescindibile, ma una cosa è certa: i Megadeth in versione 2010, più fedeli alle proprie radici, fanno ancora la loro porca figura. E non è poco. (Andrea Valentini) Tracklist “Dialectic chaos” “Wake up dead” “Headcrusher” “In my darkest hour” “Holy wars… the punishment due” “Hangar 18″ “Take no prisoners” “Five magics” “Poison was the cure” “Lucretia” “Tornado of souls” “Dawn patrol” “Rust in peace… polaris” “Trust” “A tout le monde” “Sweating bullets” “Symphony of destruction” Encore: “Peace sells”


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