Concerti, Pavement: il resoconto dello show di Bologna
26 mag 2010 - Basta aspettare l’arpeggio che apre “Grounded”, che a Bologna arriva subito dopo una “Gold soundz” – in apertura – iniziata in modo precipitoso, senza nemmeno aspettare, quasi, che West si fosse sistemato sullo sgabello della batteria, per capire che dieci anni sono passati in un attimo. O, forse, sono passati solo per noi. Perché Malkmus è ancora identico allo spilungone che sbatacchiava qua e là la chitarra immerso nelle luci blu immortalato da “The slow century” a Manchester, quando appendeva le manette al microfono e tutto il resto. Stessi giochi, scomposti, con la sei corde e la relativa tracolla, stesso atteggiamento tra (perdonate l’assonanza francese) il cazzone e lo scazzato. Così come tutti gli altri. Certo, Spiral Stairs si è per lo meno irrobustito, e quella coppola incomprensibile che – ormai – tiene sempre in testa, anche nelle fotografie, potrebbe nascondere una calvizie incipiente, ma sono solo dettagli. Mark Imbold è sempre lì, al centro. Bob Nastanovich si alterna tra moog e percussioni, ma il meglio – ovviamente – lo da quando impugna il microfono. I Pavement sanno che è un reunion tour, e la scaletta ovviamente la modellano su “Quarantine the past”: i pezzi forti ci sono tutti, da “Shady lane” a “Summer babe”, passando per “Here”, “Stop breathin’”, “Stereo”, “Perfume-V”, “We dance”, “Cut your hair" e la programmatica "Range life" sul finale. Sono tanti, e occupano un’ora e mezza abbondante di concerto. Tutti quelli che affollano l’Estragon ne vorrebbero ancora. O vorrebbero la chicca – tipo, che so? la cover di “Killing moon”, o qualsiasi altro episodio sulla carta minore ma che minore non lo è per niente – o ancora uno dei tanti pezzi forti (da “Carrot rope” a “Grave architecture” e un mucchio d’altre, ma qui – è ovvio – ognuno ha le sue). Ma stanno tutti al gioco. Perché, quando un gruppo così si riunisce, la ragione che spinge la gente a mettersi in macchina, farsi qualche centinaio di chilometri per chiudersi un un capannone e spendere 30 euro e rotti per rimanere chiusa un un capannone (dall’acustica, è giusto specificarlo, decisamente sopra la media a tanti locali live italiani) è vedere la magia ricrearsi. E i Pavement, la magia, hanno saputo ricrearla alla perfezione. Solo dopo, sulla strada verso casa, ci si chiede – specie tra chi ha avuto l’opportunità di vederli prima che implodessero, nel ‘99 – cosa sarebbe successo se un band capace di non perdere una virgola in intensità dal vivo dopo due lustri di stop quella vacanza non l’avesse mai presa. Cosa sarebbe successo, se Malkmus quelle manette non le avesse mai appese. Ci si pensa solo un attimo, poi si torna a un paio d’ore prima, quando – a dieci anni di distanza – Stephen e Spiral Stairs sono ancora lì, uno spostato all’estrema sinistra e l’altro all’estrema destra del palco, che suonano – ognuno a suo modo – senza incrociare quasi mai lo sguardo, con quella sottile freddezza reciproca che esiste solo tra di loro, e che pur mitigata dal resto del gruppo c’è stata e c’è ancora. Se la vacanza da due lustri i Pavement non l’avessero mai presa probabilmente la musica e i gruppi che ascolteremmo oggi sarebbero diversi, avremmo almeno tre o quattro dischi sullo scaffale col loro nome scritto sopra e tutto il resto. Ma i Pavement che conosciamo noi, che ricordiamo con estremo affetto e sconfinata ammirazione e che ieri abbiamo rivisto – grandissimi oggi come dieci anni fa – a non prendersi quella famosa vacanza non ci sarebbero mai riusciti. (Davide Poliani) … Leggi l'articolo originale …
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