MySpace, streaming a pagamento? 'Dipenderà dalle case discografiche'




27 mag 2010 - MySpace perde 10 milioni di dollari al mese? Falso. Ha visto ridursi la sua base d’utenza di 25 milioni di unità da quando se n’è andato l’ex ad Owen Van Natta? No comment. Pensa di riconfigurare il modello di business introducendo tariffe a pagamento per l’ascolto di musica in streaming? Notizia al momento infondata. Rispondendo alle domande poste dal fondatore ed editor di TechCrunch Michael Arrington in occasione della “Disrupt Conference” organizzata a New York dal celebre blog tecnologico, i copresidenti del social network Jason Hirschorn e Mike Jones hanno smentito alcuni dei rumours che circondano presente e futuro della Web company di News Corp. e la dipingono in grossa difficoltà di fronte alla crescita arrembante di Facebook e di Twitter. Lo streaming gratuito, hanno spiegato, troverà sempre posto su MySpace e genera introiti sotto altre forme (per esempio stimolando i download di canzoni a pagamento). Quanto alla possibilità di introdurre in futuro un canone di abbonamento per l’ascolto di una parte del catalogo, hanno aggiunto, “non ci sono programmi in questo senso ma tutto dipende dall’evoluzione dei rapporti con le etichette discografiche, con cui il dialogo è continuo. Al momento, per loro rappresentiamo un servizio prezioso di scoperta musicale”. Il “pedigree” di MySpace, hanno sottolineato Hirschorn e Jones, resta indissolubilmente legato alla musica e ai musicisti, “una parte importante del nostro brand per cui stiamo costruendo ogni genere di strumento”. Mentre il futuro prevede un incremento sostanziale dell’accesso al servizio attraverso le reti mobili, che già oggi incanalano circa il 30 % del traffico del sito. E i numeri? “Abbiamo 120 milioni di visitatori unici nel mondo”, hanno replicato i due presidenti, ammettendo tuttavia che “negli Stati Uniti le cifre ultimamente sono piuttosto stazionarie. Le page views sono in calo, è vero, ma sostanzialmente si tratta di un effetto voluto, i processi di MySpace prima richiedevano l’accesso a 10 pagine quando ne sarebbe bastata una”.      


TAGS: Facebook, industria musicale, Jason Hirschorn, Michael Arrington, Mike Jones, MySpace, News Corp., Owen Van Natta, TechCrunch, Twitter

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