Concerti, Rufus Wainwright: la recensione dello show di Milano




Concerti, Rufus Wainwright: la recensione dello show di Milano 17 mag 2010 - Andare a un concerto di Rufus Wainwright, direbbe un semiologo, è un’esperienza di sovrasignificazione. Il che, tradotto, significa che succedono tante di quelle cose che quasi non si da dove iniziare a raccontarle. Ma, a chi si è recato al Conservatorio di Milano sabato 15 maggio, una cosa è chiara fin da subito: non sarà una serata come le altre. Tantomeno come quella memorabile di due anni e mezzo fa, in cui Rufus Wainwright nello stesso luogo intrattenne la platea con un concerto eccessivo, sopra le righe, al limite dell’avanspettacolo. All’interno del cortile del conservatorio cartelli avvisano che lo spettacolo è diviso in due parti. La prima è un’insieme di suoni e visioni, e che Rufus non vuole essere assolutamente applaudito durante questa parte. Il concetto viene ribadito poco prima dell’entrata in scena da un inserviente. Le luci si spengono e in sala si crea un’atmosfera irreale, un silenzio rotto solo dal ronzio dei condizionatori e un buio spezzato solo dagli schermi del banco regia audio/video. Quindi arriva lui: incede con passo funereo verso il piano, con un vestito nero, con un lungo strascico, e con un colletto di piume e lustrini. Anche nel lutto, Rufus Wainwright riesce ad essere sopra le righe: la prima parte è infatti la riproposizione integrale di “All days are nights”, il disco dedicato alla madre recentemente scomparsa, la cantante folk Kate McGarrigle. L’interpretazione è sentita, e sicuramente più intensa che su disco, ma la verità è che il “song cycle” in realtà non contiene canzoni-canzoni, ma composizioni in cui la melodia è bandita. Il tutto è accompagnato da proiezioni di un occhio – lo stesso della copertina del disco – sullo schermo. Sempre lo stesso, a varie dimensioni, in rallentatore. Quando, dopo un’oretta, Rufus esce a passo lento, c’è chi è emozionato, ma c’è anche chi tira un sospiro di sollievo. La seconda parte, lo si capisce subito, sarà più divertente: il piano viene circondato da lumini, e Rufus si presenta in calzamaglia nera, scarpe bianche di vernice, camicia e un gilet su cui sono scritte varie frasi estratte da opere, la sua passione. E’ un Rufus chiacchierone, quello di questa seconda metà dello spettacolo: ride, racconta – soprattutto delle sue peripezie milanesi tra La Scala e il Duomo. Scherza, si permette di imprecare quando sbaglia un passaggio di un brano. Il repertorio spazia, da brani di “Poses” a quelli di “Want” (applauditissima “Vibrate”). Il tutto si conclude con una cover della madre, “Walking song”, con Rufus che prima di cantare spiega quanto il pubblico gli sia stato di aiuto in questo momento difficile, e dopo l’esecuzione ringrazia in lacrime. A questo punto, è tutto chiaro: come mi fa notare acutamente un amico, questo concerto non è altro che un’elaborazione collettiva del lutto di Rufus, che da grande artista sa trasformare il dolore in arte. (Gianni Sibilla)



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