L'IFPI studia il 'caso Italia': ISP e telefoniche possono risollevare il mercato




12 mag 2010 - Un “case study” sull’Italia appena pubblicato dalla federazione internazionale dei discografici IFPI fotografa la crisi del nostro mercato musicale e i suoi passi indietro rispetto al 1999, l’anno che segnò il picco storico della discografia italiana con 432 milioni di euro di fatturato. Da allora il volume d’affari si è più che dimezzato, e se dieci anni fa il nostro Paese contribuiva per il 6 % al fatturato europeo della musica registrata a fine 2009 l’incidenza è scesa al 4 %.  La ricerca evidenzia che nell’arco degli ultimi dieci anni è cresciuta – dal 30 al 43 % – la percentuale degli italiani che comprano musica, ma che allo stesso tempo è calata drasticamente la media degli acquisti: solo il 5 % della popolazione compra tra i 6 e i 10 Cd all’anno (contro il 22 % del 1999), mentre si è ridotta dal 9 al 3 % la percentuale degli “heavy buyers” che ne acquistano in quantità maggiori. Il mercato “fisico” ha perso nel frattempo il 68 % del suo valore, e non traggano in inganno le cifre del primo trimestre 2010 (+ 28 %), dovute solo al raffronto con un periodo, il primo trimestre 2009, caratterizzato da resi dell’invenduto assolutamente fuori norma.  Il crollo della domanda di Cd è ovviamente legato anche alla crisi del retail, che ha ridotto del 62 % i punti vendita disponibili sul territorio, da 1430 (’99) a 540 (2009), e influenza ovviamente la quantità di copie necessaria per andare in testa alle classifiche di vendita: se nel 1999 ci volevano 20-25 mila copie per arrivare al numero 1, oggi ne bastano, in media, 10 mila; il calo delle vendite riguarda soprattutto i nuovi artisti, che vendono mediamente il 30 % in meno rispetto al 2003. Il crollo del mercato tradizionale non è stato compensato da un adeguato sviluppo del digitale, dominato prima dalle piattaforme di telefonia mobile e oggi da un iTunes privo praticamente di concorrenza. L’IFPI attribuisce tale crescita rallentata alla scarsa diffusione delle connessioni a banda larga (cui accede solo il 39 % delle famiglie italiane), e delle carte di credito (possedute dal 29 % degli italiani, che diffidano nell’utilizzarle on-line), al prezzo elevato dei lettori Mp3 (152 euro di media, contro i 112 euro dell’Inghilterra) oltre che, ovviamente, alla pirateria, che assorbe il 99 del mercato digitale potenziale: 1,9 miliardi di file scaricati da Internet (stime della stessa Federazione) contro 19,4 milioni di brani regolarmente acquistati (le sentenze contro The Pirate Bay e Colombo-BT.org hanno prodotto una trasmigrazione verso nuove fonti di materiale illegale come RapidShare e Megaupload). Il futuro? L’IFPI regala una speranza, ricordando che l’Italia è il primo Paese al mondo per penetrazione degli smartphones (36 %), e che i bacini di utenza dei maggiori operatori Internet e di telefonia mobile sono rilevanti. Gli 8,5 milioni di utenti dei servizi Internet di Telecom Italia (e i 3 abbondanti di Libero e Tiscali) fanno ben sperare nelle potenzialità di piattaforme lanciate in collaborazione con gli ISP, così come i 32,6 milioni di utenti di TIM, i 29,4 di Vodafone e i 17,5 di Wind assicurano tuttora prospettive interessanti alla musica distribuita attraverso reti mobili.    


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