Living Colour @ Transilvania Milano 09/07/2007
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11 lug 2007 - Una serata storta, il tempo che passa, o una vecchia avanguardia che oggi non lo è più? Difficile dire quale sia la verità relativa al concerto dei Living Colour.
Emersi a fine anni ‘80 – vennero scoperti da Mick Jagger – furono un fulmine a ciel sereno: un quartetto di neri che faceva rock, duro ed elettrico, fondendolo con la cultura musicale afroamericana. Un suono davvero avanti, in quel periodo, che fece proseliti e fan duri e puri. Poi lo scioglimento, e il ritorno sulle scene qualche anno fa, prima con concerti poi con un disco – “Collideoscope” – più che dignitoso.
Un buon numero di quei fan si sono ritrovati a Milano la sera del 9 luglio, al Transilvania, e la prima notizia che hanno avuto non era buona: nel viaggio da Budapest – dove il gruppo aveva suonato la sera prima – il tour bus è andato in avaria, con conseguente ritardo. Il concerto così inizia alle 11 e mezza, con il soundcheck fatto a porte aperte e con solo un telo che copre il palco, mentre diversa gente aspetta da oltre due ore.
Quando finalmente il gruppo inizia a suonare, investe la platea con sventagliate di chitarra elettriche di Vernon Reid, alternate ai virtuosismi della sezione ritmica di Doug Wimbish e Will Calhoun. Infila anche diversi classici del passato, come “Middle man”, ma il suono è secco e scomposto. Anche delle melodie che spesso attenuavano il rock degli esordi c’è poca traccia. Il cantante Cory Glover – che tra poco lascerà temporaneamente la band per una parte nel musical “Jesus Christ Superstar, sostituito per le date di agosto dalla voce dei King’s X, altra gloria del black rock del periodo – si nasconde dietro capellino e occhiali da sole, e la sua voce non ingrana.
Chi conosce le dinamiche di una band sa che suonare in condizioni del genere – dopo un viaggio lungo e difficile, con il palco montato in fretta e furia senza quasi provare – è proibitivo. Insomma, hanno tutte le scusanti possibili, i Living Colour. Viene però il dubbio che oggi siano una band di hard rock qualunque, e che sopratutto dal vivo il loro suono sia invecchiato molto di più di quanto i dischi non lascino trasparire. (Gianni Sibilla)
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