Pogues Vs Babyshambles @ Rock In Idro 13/06/09
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14 giu 2009 - Nonostante la location, il palazzetto di Lampugnano a Milano, non fosse un prodigio d’attrazione per uno dei primi weekend di caldo dell’estate 2009, migliaia di tifosi non hanno rinunciato ad assistere al derby d’oltremanica dell’anno, che ha visto affrontarsi – la stessa sera, sullo stesso palco – i paladini irlandesi Pogues di Shane McGowan e gli inglesissimi Babyshambles di Pete Doherty. Ecco, più o meno, come sono andate le cose. IL CAMPO: Caldo, umido, ma soprattutto appiccicoso, a causa di una patina di sudore/cocacola/vomito & birra che ricopriva il pavimento del parterre. Del resto, da un festival estivo al chiuso non è che si potesse pretendere chissà che… LE CURVE: Numerosa e agguerrita quella irlandese, snella ma compatta quella britannica. Grande fair play da ambo le parti, eccezion fatta per la seconda parte del set degli inglesi. Menzione speciale per un tifoso della compagine verde, sul lato sinistro del palco, che ha risposto all’ennesimo sguardo strafottente di Pete il maledetto rivolto alla platea con uno stentoreo “ma chi cazzo ti ha invitato!?!?!” condito da una fantasia di bestemmie da scoperchiare chiese da Bolzano a Agrigento. LE SQUADRE: Essenziali e ficcanti gli inglesi, che hanno cercato di supplire con buona volontà alle intemperanze del leader, più occupato a raccogliere le sigarette lanciate dal pubblico che a darsi da fare sulla Rickenbacker nera. Un consiglio al bassista: se ti presenti con testa rasata, Fred Perry attillata, jeans coi risvolti e anfibi neri, la Union Jack a coprire l’amplificatore è qualcosa di più che un pleonasmo.Rilassati e sicuri di sé (forse troppo) gli irlandesi, abituati a tenere testa ad un capitano non esattamente lucidissimo: complice una tifoseria generosa, un atteggiamento amichevole ed il facile ruolo da headliner, la compagine dell’isola di smeraldo ha saputo conquistarsi i favori della platea, nonostante qualche perdonabile sbavatura. I CAPITANI: Ok, Pete: d’accordo che fare la rockstar maledetta è un lavoraccio che qualcuno deve pur fare, d’accordo che – alla fine – vederti fare il pirla è quello che vuole il pubblico, ma se sali sul palco a queste latitudini dopo i Social Distortion squadrando la folla con l’atteggiamento ma-guarda-un-po’-questi-cazzo-di-bifolchi i fischi e i vaffanculo che ti prendi sono più che meritati. Oltretutto se suoni con l’entusiasmo di un vigile urbano che dirige il traffico fuori dallo stadio durante una finale di coppa.
Shane, ormai, lo conosciamo: claudicante, bolso, annebbiato come da contratto, si concede un brano di pausa ogni tre. Verrebbe da pensare, alla fine, che ci piacerebbe ricordarlo di più com’era una volta, ovvero claudicante, bolso e annebbiato ma almeno in grado di reggere un concerto per intero, ma lui ormai è un’icona, e un’icona può fare quello che gli pare. Chi è accorso a vederlo lo sa, e sta al gioco. E fa bene. LA PARTITA: Gli inglesi gettano alle ortiche un incontro che sulla carta avrebbe potuto, nella migliore delle ipotesi, concludersi in pareggio: partono bene ma – complice il contesto, decisamente poco adatto ai propri fedelissimi più abituati ai club che ai grandi raduni – percepiscono l’ostilità di parte della platea chiudendosi a riccio in un atteggiamento stronzetto che lascia perplessi, oltre ai neutrali come chi scrive, anche i fan più moderati, che non perdonano a Pete troppa approssimazione e troppo poca considerazione della sua pur valida band. I pezzi forti vengono accolti da tiepidi boati, ma le file davanti alle spine della birra, nella ripresa, la dicono lunga sulla prestazione dei londinesi, che concludono simpaticamente il loro set appogiando gli strumenti a spie e amplificatori innescando una cascata di larsen che neanche i Jesus & Mary Chain dei tempi migliori avrebbero potuto imbastire. Bisogna saper perdere, ragazzi: non è che si può suonare sempre alla festa dell’NME…
Gli irlandesi giocavano in casa, e soprattutto contavano su una cosa: il totale supporto della tifoseria, che – infatti – non è venuto meno. Del resto, da loro non è che ci si potesse aspettare chissà cosa, se non una gradevole riedizione di quella festa mobile che ha fatto dei loro set un marchio di fabbrica. E così è stato: “If I should fall from grace with god” viene sparata a pochi minuti dal fischi d’inizio, e i numeri di presa sicura disseminati con accorta perizia nel corso della ripresa. Il capitano gigioneggia nei primi minuti, poi si appende all’asta del microfono e lì rimane a fare il suo sporco lavoro, salvo che le soste tecniche dietro le quinte. Si cavalcano (quasi) tutti i pezzi forti tra frizzi e lazzi di una band rodata e gradevolmente casinista, teatrale ma non esagerata, anche umile nel mettersi al servizio del proprio repertorio che la folla, anarchicamente disciplinata, scandisce a memoria. La chiusura, telefonata, nei minuti di recupero, è affidata a “Fiesta”. Volevate i Pogues? Eccoli. (Paolo Panzeri/Davide Poliani)
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