Ry Cooder & Nick Lowe @ Teatro degli Arcimboldi, Milano, 26/6/2009
27 giu 2009 - Ry Cooder in concerto (soprattutto in Italia) è un fenomeno raro come un eclissi di sole o il passaggio di una cometa. Un evento, atteso con trepidazione, vissuto in una specie di rapito raccoglimento. Non uno show destinato a chi è affamato di adrelina, questo è sicuro: ma che classe, che tocco, che pulizia di suono (la splendida acustica degli Arcimboldi dà una bella mano: sembra di stare nel salotto di casa).Manca Flaco Jimènez, leggenda della fisarmonica tex mex bloccato a San Antonio da un’ernia del disco, in compenso c’è il very British e canuto Nick Lowe, voce basso e chitarra che con Cooder incrociò le strade tanti anni fa nell’effimero supergruppo Little Village. E c’è il figlio percussionista del maestro, Joachim, che abbiamo cominciato ad apprezzare dai tempi del Buena Vista Social Club: dal padre ha imparato a sintetizzare il virtuosismo con un rigoroso senso della misura. Tre strumenti, due voci soliste e due coriste, brave anche se non abbastanza potenti o sguaiate quando la musica deborda sui confini del gospel e del funk (Julie Commagere, che ha aperto con un breve set indossando una specie di colbacco, ora sfoggia un paio di stivali di pelle invernali: look più adatto a Cortina che al capoluogo lombardo, devono averle detto che Milano è vicina alle Alpi). E la prima sorpresa è proprio la voce di Cooder: mai dirompente in studio, quasi timida e svogliata negli ultimi dischi, dal vivo viceversa sfodera una potenza ruvida e magnetica da manuale del country blues. Lowe, più leggero e scanzonato, perde ai punti il confronto ritagliandosi il ruolo di spalla, ma trova comunque parecchie occasioni per mettersi al centro della scena con una bella versione lenta e folkeggiante di “(What’s so funny about) Peace, love and understanding” e qualche piccola perla del suo bel catalogo (“Half a man and half a boy”, che assomiglia ad “Iko iko” e che, racconta lui, “è stato un successo solo nei paesi freddi”). Anche lo schivo Cooder, per i suoi standard, è ciarliero: spiega dell’assenza di Jimènez invitando il pubblico a immaginarsi i suoi interventi di fisarmonica, racconta del suo amore per le Fiat Cinquecento, Seicento e Abarth prima di attaccare “Crazy ’bout an automobile” accolta da calorosi applausi. Già, perché il repertorio snobba completamente gli ultimi dischi (salvo una selezione da “Chavez Ràvine”, il pachuco anni Cinquanta di “Chinito chinito”) e scodella la setlist attesa da tutti i cooderiani di lunga militanza (la maggioranza dei presenti, si direbbe, stando alla rapidità di riflessi nel reagire alle prime note di ogni brano). Pesca abbondante da “Bop till you drop” (“Down in Hollywood”, “The very thing that makes you rich”, il finale di “Little sister”), il gospel di “Jesus on the mainline”, il country rivisitato tex mex di “He’ll have to go”, una meravigliosa, spettrale “Vigilante man” (Woody Guthrie) che mette in mostra il meglio di Cooder: la sua capacità di distillare note giocando di sottrazione ed eliminando il superfluo, un controllo magistrale di toni e volumi, la padronanza assoluta dei linguaggi tradizionali. Ry, camicia sgargiante d’ordinanza, occhiali e zuccotto in testa, è un po’ appesantito e affaticato, e non c’è da meravigliarsi che il set si interrompa allo scoccare esatto dell’ora e mezzo. Manca giusto “Across the borderline”, ma c’è “How can a poor man stand such times and live”, inno dei diseredati ai tempi della Grande Depressione recuperato da Springsteen per i concerti con la Seeger Band. Mentre Ry canta di “un tempo in cui tutto costava poco” il pensiero corre al prezzo salato del biglietto (minimo 55 euro più prevendita) che lascia qualche vuoto in platea malgrado la scelta degli organizzatori di chiudere la galleria “alta”. Inghiottito l’amaro boccone, resta in bocca un sapore dolce. (Alfredo Marziano)
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