Mark Eitzel house concert 17/10/09




Mark Eitzel house concert 17/10/09 18 ott 2009 - L’idea è bella: un artista “di nicchia”, un evento semi segreto che si svolge in una casa di qualcuno. Si paga un contributo e si porta qualcosa da bere e da mangiare. Li chiamano “House concerts”, da
qualche tempo li fanno anche in Italia.
Sembra la location perfetta per Mark Eitzel, leader degli American Music Club e artista solista a sua volta, che esce in questi giorni con un nuovo album, “Klamath”. Lui è la “nicchia” personificata: c’è
chi segue la sua musica da oltre 20 anni. In un paio di momenti, ci hanno anche provato a farlo diventare mainstream. Ma lui è rimasto in un angolo, a fare le sue canzoni malinconiche, con dischi qualche
volta un po’ sbilenchi, altre volte bellissimi.
L’idea è bella, ma il risultato meno: la location “segreta” del concerto è un negozio di tappeti tibetani, che in realtà è un open space bianco, molto “freddo”. La convocazione è per le 8, la gente arriva alla spicciolata portando le vivande, messe su un tavolaccio in un angolo. La prima ora sembra di essere ad una festa delle medie, ma con alcolici: torte salate fredde, vino bianco caldo e vino rosso freddo.
Buona parte delle 100 persone scarse sembrano essere lì per l’evento, più che per Eitzel. Che da par suo gira tranquillo tra la gente, mangia e beve.
Lo fermo e – dopo avere visto che la scarsa strumentazione fatta di un piano, un microfono, un mixere e due casse gli chiedo: “Niente chitarra, questa sera?”. “Questa sera sono Tony Bennet, non vedi?”, mi
dice lui, mostrando la giacca e la cravatta. “You left your heart in San Francisco, didn’t you?”, rispondo, alludendo alla città di Eitzel, e alla canzone più famosa del repertorio del grande crooner. “I actually did!”, risponde lui con un sorriso.
Quando finalmente il concerto inizia, Eitzel attacca proprio con “I left my heart in San Francisco”. E da vero crooner intrattiene il pubblico con storielle, battute e gag. La potenza della sua voce è tanta e tale che spesso il microfono e l’amplificazione sono solo un impaccio. E le rivisitazioni piano e voce di classici degli AMC come “Last harbour” e “Why won’t you stay” rendono bene anche nella versione “confidenziale”. Poco più di un’ora di concerto, qualche canzone solista, ed è tutto finito, troppo in fretta: non sembra
neanche un vero concerto, e forse non lo è davvero.
Si riaccendono le luci e ci si ricorda di essere in un open space gelido, con la gente
che esce alla spicciolata.


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TAGS: Mark Eitzel, Reports

Mark Eitzel
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