Yes @ Teatro degli Arcimboldi Milano 06/11/09
07 nov 2009 - Tutto come da copione. Si spengono le luci, ed ecco le note dell’ “Uccello di fuoco” di Stravinskji. Dopo qualche minuto il sipario si apre rivelando la suggestiva scenografia vintage di Roger Dean, cupole bianche (nuvole? spettri? pipistrelli?) appese al soffitto e il logo del gruppo sullo sfondo. Il palco è invaso da luci multicolori e parte il riff di “Siberian khatru”. E’ il 1973, è “Yessongs”? No, sono gli Yes versione 2009, un trip nostalgico in piena regola: il pezzo più nuovo in repertorio è “Owner of a lonely heart”, anno di grazia 1983, e sembra quasi fuori posto, troppo pop e troppo “moderno” per questo prog revival senza remore e senza vergogne (ora che anche gli iconoclasti del ’77, Sex Pistols e Buzzcocks, sono diventati dei dinosauri). La scaletta è una pesca abbondante dai dischi classici dei primi Settanta, “The Yes album” (“I’ve seen all good people”, “Yours is no disgrace”), “Fragile” (i tour de force di “South side of the sky”, “Heart of the sunrise”), “Close to the edge” (“And you and I”), ma c’è spazio anche per il secondo dimenticato album “Time and a word” (“Astral traveller”), per “Tormato” (“Onward”) e per “Drama” dell’80, (“Tempus fugit”, “Machine messiah”) approfittando dell’assenza del frontman Jon Anderson. Appunto, ecco il problema: vedere a centro palco tal Benoit David, francocanadese scovato dal bassista Chris Squire grazie ai filmati di YouTube, provoca un senso di straniamento, come se lì davanti ci fosse una cover band. E’ da quel mondo che arriva il nostro Benoit, e si sente: il falsetto richiama moltissimo quello di Anderson, ma il timbro è meno cristallino; il sostituto/replicante svolge il suo compito con diligenza ma senza carisma e con qualche piacioneria di troppo (quella maglia azzurra dell’Italia nel bis…). Almeno Oliver Wakeman, l’altro “intruso” circondato da tastiere che ogni tanto fanno le bizze, è figlio di cotanto padre cui assomiglia in modo impressionante: stesse giacchette luccicanti e stessi capelli lisci lunghi oltre le spalle. Più timido e meno virtuoso, però, e allora tocca ancora ai veterani caricarsi il peso sulle spalle: Alan White si concede persino un (misurato) assolo di batteria, Squire e Steve Howe sono ancora uno spettacolo da vedere e da ascoltare. Invecchiati male, certo: Chris gonfio e Steve ossuto, con l’aria da scienziato pazzo stile Cristopher Lloyd in “Ritorno al futuro”. Ma come suonano (e cantano), però! Con la sua splendida collezione di bassi elettrici (incluso il leggendario Rickenbacker color crema) Squire scalpella e modella il magmatico suono Yes senza soste arrampicandosi agile su ripide scale melodiche. Howe, intanto, incanta con il flamenco-classic e il ragtime del suo breve set acustico (“Mood for a day”, “The clap”), ma anche con quel fraseggio tortuoso e spigoloso, un po’ jazz un po’ rock un po’ avant garde, che sa estrarre dalla sua Gibson ES 175. Stanno sul palco due ore e un quarto, ci credono ancora, e chiudono con l’immancabile “Roundabout”. Nessuno sembra curarsi del fatto che il tempo, per loro, sembra essersi fermato: potenza di una musica che da noi ha sempre scatenato l’immaginazione e che in effetti suona ancora avventurosa. Applausi e pubblico visibilmente soddisfatto (in platea, se non abbiamo visto male, c’è anche Franz Di Cioccio, compagno di antiche tournée con la PFM, ma anche una dignitosa rappresentanza di gente sotto gli anta). Ma davvero non potevano aspettare che Jon Anderson si rimettesse in piena forma? (Alfredo Marziano) … Leggi l'articolo originale …
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Gli Yes nascono nell’autunno 1968 dall’incontro fra il cantante Jon Anderson e il bassista Chris… leggi tutto >
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