Rapporto IFPI: 'Gli artisti hanno ancora bisogno delle case discografiche'
10 mar 2010 - Con un rapporto appena pubblicato in lingua inglese e intitolato “Investire nella Musica”, l’
IFPI (International Federation of Phonographic Industry) cerca di smantellare la tesi sempre più diffusa secondo cui, nell’era di Internet, gli artisti possono fare a meno delle case discografiche. Queste ultime, rivela lo studio, investono tuttora 5 miliardi di dollari l’anno nello sviluppo, nel marketing e nella promozione di artisti a livello mondiale: più o meno il 30 % dei loro ricavi, il 16 % dei quali viene destinato specificatamente all’A&R di nuovi talenti (la quota sale a più del 23 % in Paesi come il Regno Unito, e supera di gran lunga l’incidenza degli investimenti in ricerca e sviluppo di altri settori industriali). Secondo i calcoli dell’IFPI, portare al successo un nuovo artista costa a una casa discografica almeno un milione di dollari: 200 mila dollari a titolo di anticipo, 200 mila per coprire le spese di registrazione, 200 mila per la realizzazione di videoclip (3, in media), 100 mila di contributo alla tournée e 300 mila destinati a marketing e promozione. “Ma la somma può facilmente raddoppiare se si mira a superare il milione di copie vendute”, sostiene il managing director della Columbia UK Mike Smith. Gli artisti sotto contratto con le major, secondo le informazioni raccolte dall’IFPI presso i suoi associati, sono ancora più di 4 mila, mentre altre decine migliaia sono accasate presso etichette indipendenti; uno su quattro ha firmato o rinnovato l’accordo nell’arco degli ultimi dodici mesi. Alison Wenham, presidente dell’associazione internazionale di etichette indipendenti AIM/WIN, osserva che “la via di Internet non è aperta a tutti e non sempre è facile riuscire a far si che la creatività e i giovani talenti si affermino attraverso modelli di business diversi, anche perché questi richiedono competenze e formazione completamente differenti rispetto alla promozione vecchio stile. Gli artisti in genere preferiscono lasciare la gestione complessa del business a 360°, del quale fanno parte anche i diritti, alle case discografiche”. “Uno dei grandi miti dell’industria musicale nell’era digitale è che gli artisti non abbiano più bisogno delle case discografiche. E’ completamente falso”, sostiene il presidente IFPI John Kennedy, aggiungendo che “l’investimento, la collaborazione e l’appoggio che l’industria fornisce alla costruzione delle carriere artistiche non è mai stato importante come oggi”. Secondo lo stesso Kennedy, dieci anni fa solo un artista su 10 recuperava l’anticipo concessogli a inizio carriera, mentre oggi “la sensazione generale è che il rapporto sia sceso a uno a cinque”. Il presidente IFPI mette in dubbio l’efficacia del modello in base al quale l’artista intrattiene rapporti diretti con il suo pubblico, osservando che “l’energia creativa può disperdersi in problemi di business”. “Probabilmente non vedremo più i livelli di guadagno raggiunti da
Madonna o dagli
U2”, conclude, “ma una band di successo grazie all’industria musicale può ancora diventare milionaria”.
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