05 ago 2009 - Considerato da molti il più efficiente e promettente dei servizi di streaming musicale gratuito attualmente in circolazione,
Spotify è riuscito a convincere solo una minima parte dei suoi utenti a passare alla formula di abbonamento mensile che consente un accesso illimitato e con migliore qualità audio al database musicale senza subìre interruzioni pubblicitarie. Il tasso di conversione, rivela l’Economist in un articolo pubblicato la settimana scorsa, è solo dello 0,7 % : 40 mila persone sui 6 milioni circa che hanno installato gratuitamente l’applicazione. A fronte della crisi del mercato pubblicitario e dei costi sostenuti per pagare le
royalties a case discografiche e artisti, la
Web company avrebbe tuttavia bisogno di incrementare sostanzialmente i servizi a pagamento: di qui il progetto di espandere l’offerta alle reti mobili, per mezzo di
un’applicazione per iPhone che il 24 marzo scorso è stata sottoposta al vaglio e all’autorizzazione della Apple. La nuova funzione, che permette di tenere temporaneamente in memoria le canzoni prescelte, sarebbe appunto disponibile solo a pagamento; allo scopo di attirare nuovi inserzionisti, intanto, Spotify ha introdotto sulla piattaforma un video player per la visione
on-demand di filmati promozionali: la prima società a farne uso per i suoi trailer cinematografici è la Sony Pictures.
Nel frattempo due cose sembrano chiare e incontestabili. La prima è che, come ha spiegato all’Economist Steve Purdham di
We7 (altro servizio di streaming musicale, con circa due milioni di utenti) “nessuno per ora sta facendo soldi con i modelli basati sulla pubblicità”. E la seconda è che, come ammette Paul Brown di Spotify, la salvezza della musica non è in mano allo streaming gratuito ma dipenderà dalla capacità dell’industria di muoversi da una fonte di ricavo – i cd – a una dozzina di diverse alternative.
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