Compie 70 anni Brian Auger, l'uomo che disse no a Jimi Hendrix
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23 lug 2009 - E’ il padrino dell’acid jazz, il pioniere della fusion, il mediatore tra generi musicali che prima del suo arrivo, nella Londra primi anni Sessanta e non ancora Swinging, si guardavano con sospetto. Brian Auger, maestro dell’Hammond B3 e del piano elettrico, settant’anni compiuti sabato scorso, 18 luglio, e ben portati (“Il segreto? Bere acqua e mangiare poco”), continua a girare il mondo con una band a conduzione familiare in cui mette orgogliosamente in vetrina i talenti dei figli Karma (batterista) e Savannah Grace (cantante). E’ un musicians’ musician, stimato dai colleghi: solo i media e la discografia sembrano averlo dimenticato. “Ma è sempre stata una battaglia, tra me e le case discografiche” ci spiega in un ottimo italiano, imparato dalla moglie Ella che gli sta accanto da 42 anni. “Dopo il successo clamoroso che riscuotemmo con Julie Driscoll e i Trinity decisi, contro la volontà della mia etichetta, di approfondire quel percorso musicale. Chiamai il mio gruppo successivo Oblivion Express, treno espresso verso l’oblio, perché sapevo di andare controcorrente, di avere preso una direzione contraria al trend della musica commerciale”.In concerto riprende ancora i vecchi classici e le cover che lo hanno reso celebre, la “Bumpin’ on sunset” di Wes Montgomery e la “Freedom jazz dance” di Eddie Harris, la “Season of the witch” di Donovan e la “Indian rope man” di Richie Havens , la “Save me” di Aretha Franklin e la “Light my fire” dei Doors. “Quando la ascoltai la prima volta, per la verità, non ne fui impressionato. Pensavo che non avesse grinta, che non avesse swing. Ma poi sentii la versione di José Feliciano e cambiai completamente idea”. Non ci sta a essere considerato un nostalgico, però. “E’ il pubblico più giovane, che le ha ascoltate dai genitori, a chiedermi di suonare quelle canzoni. E piacciono anche ai miei figli, che sono cresciuti con la mia musica: per questo le ripropongo, studiando nuovi arrangiamenti. Nonostante questo non sono legato al passato. Julie? La sento al telefono per gli auguri di Natale, tutto lì. E di rifare qualcosa insieme non se ne parla: già fu difficilissimo ai tempi di ‘Encore’, nel ’78. E’ sempre stata un po’ matta, musicalmente siamo troppo diversi. Con suo marito Keith Tippetts lei ha intrapreso la strada del free jazz, per me invece la musica è comunicazione e intrattenimento. L’autocompiacimento e la seriosità non fanno per me, mi è sempre piaciuto scherzare e parlare con il pubblico. E questo, nella scena jazz londinese in cui ero cresciuto, non era ben visto. Per questo la lasciai ”. Passando dal pianoforte all’Hammond… “Un giorno gironzolavo nel mercato di Shepherd Bush, e dalle casse sistemate all’esterno di un negozio di dischi sentii quel suono straordinario e mai ascoltato prima. Mi precipitai a chiedere che disco fosse e mi dissero che era il primo album di Jimmy Smith per la Blue Note, ‘Back at the Chicken Shack’. Corsi a comprarmi un Hammond, ma alla sede di Londra il B3 non ce l’avevano. Mi dissero che avrei dovuto rivolgermi a Chicago e così feci, mi spedirono i pezzi a Londra. E’ uno strumento straordinario, con tutti quei drawbar, quei tiranti che ti permettono di cambiare timbro e registro come in un organo a canne. Grazie all’Hammond ho trovato il mio stile, miscelando il ritmo del rock e del rhythm&blues con il senso dell’armonia che avevo imparato dal jazz. I puristi la presero male, fui accolto con molto snobismo”. Ma arrivò, inatteso, il successo internazionale di “Save me” (un hit in Francia) e soprattutto di “This wheel’s on fire”, un Bob Dylan “minore” riletto nel 1968 in chiave pop-psichedelica. “Fu una grossa sorpresa anche per me, io l’avevo immaginato come un pezzo buono per un album, non certo come un singolo. Da New York erano arrivati i nastri dei ‘Basement tapes’. Il primo a metterci sopra le mani fu Manfred Mann, che scelse ‘The mighty Quinn’. Quando fu il nostro turno optammo per ‘This wheel’s on fire’, che nella versione originale era un pezzo scarno per chitarra acustica e basso. A me e a Julie piacque subito la sua atmosfera misteriosa. Provammo un arrangiamento rock ma non funzionava; allora pensammo di farne una marcia jazz con un walking bass. Con l’aggiunta del piano, dell’organo e della voce della Driscoll diventò una bomba!” Successo difficile da replicare: “Per il nostro secondo album insieme, ‘Streetnoise’, l’etichetta prenotò uno studio per due settimane, pretendendo che gli consegnassismo il disco subito dopo. Era il 1969, eravamo impegnatissimi con i concerti. Non c’era tempo per scrivere pezzi nuovi, e decidemmo di interpretare i nostri artisti preferiti: Miles Davis, Laura Nyro, Doors, Richie Havens e Nina Simone , un idolo di Julie”. Oggi, senza pressioni delle case discografiche e con nulla più da dimostrare, le cose vanno molto diversamente. “Però continuo a scrivere e a incidere. In casa, a Venice Beach dove vivo da più di vent’anni, abbiamo uno studio di registrazione. Con i New Oblivion Express faremo un altro disco, appena ne troveremo il tempo. Siamo tutti molto occupati, Karma ha formato una sua band con Nick Sample, figlio di Joe, al basso e Julian Coryell, figlio di Larry, alla chitarra: un trio fenomenale, che sarà in tour in Europa a settembre. Conservo anche del materiale d’archivio che spero venga presto pubblicato: registrazioni con gli Steampacket, quando nel ’65 avevamo come vocalist la Driscoll, Long John Baldry e Rod Stewart ; una volta ho portato sei bottiglie di Guinness a un tecnico della Bbc per convincerlo a darmi qualche nastro. Ho compilato un album di materiale vario con un libretto di 36 pagine, prima o poi qualcuno lo farà uscire”.
Nessun rimpianto per la natia Inghilterra? “No, ho vissuto momentio duri a fine anni Sessanta quando il mio manager Giorgio Gomelsky mi lasciò senza un soldo in tasca. Quando si tratta di business, dei miei connazionali non mi fido più. Mi trovo bene in Italia, in Francia, in Germania. Mi sento europeo, anzi un cittadino del mondo”. Alla Londra dei Sixties però sono legate memorie indimenticabili…”Un giorno mi chiama Chas Chandler, il bassista degli Animals, proponendomi di assumere nei Trinity un chitarrista di cui si era messo a fare il manager, un certo Jimi Hendrix. Mi spiegò che era un bluesman, al che gli risposi che un chitarrista ce l’avevo già e che i Trinity avevano già scelto la loro direzione musicale. Accettati però di ospitarlo in una delle nostre serate per una jam session. In quell’occasione mi illustrò gli accordi di una canzone che non conoscevo, ‘Hey Joe’. Quella sera vennero a vederlo Jeff Beck, Alvin Lee ed Eric Clapton. Rimasero tutti scioccati. Dopo la sua esibizione Clapton, sconsolato, continuava a ripetere: sono finito!”.
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Brian Auger nasce il 18 luglio 1939 a Londra dove comincia a suonare le tastiere fin da… leggi tutto >
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