03 lug 2009 -
Brian Jones fu il primo, nel circuito dei club r&b londinesi, a darci dentro con la slide. Il primo, sulla scena pop, a mostrare curiosità e passione per i suoni etnici e la musica marocchina (i Masters Musicians of Joujouka, di cui curò un disco uscito dopo la morte). Il più dandy e il più stiloso del lotto, con il taglio a caschetto adottato prima dei Byrds, i gessati di Savile Row e le camicie psichedeliche di Carnaby Street. Il più introdotto negli ambienti culturali e musicali, amico di Andy Warhol e di
Bob Dylan, dello scrittore Arthur C. Clarke e di
Jimi Hendrix, che nel giugno del ’67 presentò sul palco del festival di Monterey (non però di
Bill Wyman e Ian Stewart, che lo detestavano per la sua doppiezza e inaffidabilità, mentre con Richards, anche prima delle rivalità sentimentali, fu da subito un rapporto ambivalente di odio e amore). Il primo sex symbol della band, molto meno erotico e molto più androgino di Mick: gli occhi e le urla delle ragazzine inizialmente erano tutti per lui. Amante di Anita Pallenberg (che poi si rifugiò tra le braccia di Richards) e di tante altre donne, con figli disordinatamente sparsi lungo il percorso. Ma subito terribilmente a disagio, a dispetto delle apparenze, nel ruolo di popstar. Un aspirante
frontman e cantante con poca voce e un’asma che si trascinava dall’adolescenza. Un
guitar hero mancato che sul palco finiva irrimediabilmente in seconda linea. Bastarono cinque anni di vita con l’acceleratore schiacciato, per farlo schiantare a muro con la velocità di una fuoriserie. Primo anche in questo, in anticipo su Jimi, Janis e Morrison, gli altri membri del famigerato “club 27” (l’età maledetta dei rocker).
(segue:
terza parte)
(leggi:
prima parte)
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