E (eels), l'uomo lupo che detesta Twitter
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05 giu 2009 - Il signor E, occhialoni scuri e barbone lungo venti centimetri, s’è guardato allo specchio e s’è visto uomo lupo. “Hombre lobo”, appunto, come titola in spagnolo il nuovo album da oggi nei negozi. Una collezione di “dodici canzoni sul desiderio” che lo one man band degli eels ha legato con un sottile ma robusto filo elettrico. “Il tema del desiderio mi ha subito spinto verso la chitarra elettrica, in direzione di un suono immediato e diretto”, spiega sinteticamente a Rockol. Inutile chiedergli a chi si sia ispirato, per quelle canzoni che richiamano certo rock’n’roll primitivo e il garage punk dei Sixties. Il signor Everett è estremamente parco di parole e spiegazioni: “Ero onnivoro, da ragazzo, ascoltavo un po’ di tutto. ‘Beginner’s luck’ ha un ritmo soul, è vero. Anch’io, da teenager, ho vissuto la mia fase Motown”. Nessun riferimento, assicura, neppure ai numerosi romanzi, film, fumetti (e canzoni) che hanno per protagonisti i lupi mannari. “No, ho cercato di costruirmi il personaggio da me. Mi sono guardato allo specchio ed è scattato subito un meccanismo di identificazione: la mia barba è lunga, e lo diventa ancora di più nelle notti di luna piena. Ma non definirei ‘Hombre lobo’ un disco autobiografico”. I rimandi espliciti, semmai, sono a certi dischi precedenti degli eels. Magari a “Shootenanny”, con quella canzone intitolata “Lone wolf”? “No, piuttosto a ‘Souljacker’ e al brano ‘Dog faced boy’. Un giorno mi sono messo a fantasticare su cosa sarebbe potuto diventare il personaggio della canzone da adulto, ed è venuta fuori l’idea dell’uomo lupo. E’ stato il mio punto di partenza, da lì si è sviluppato il tema del disco. E’ un album concept, in un certo senso, ma in quest’epoca di iPod e di ascolti in modalità casuale il trucco sta nel far funzionare le canzoni anche se le ascolti singolarmente. Molti brani sono nati direttamente in studio, in un mese circa il disco era fatto e finito. Piuttosto veloce, se pensi che per ‘Blinking lights and other revelations’ ci sono voluti sette anni…”.A quel doppio ambizioso e a un tour acustico con archi, E ha replicato andando in direzione esattamente opposta: un disco elettrico e conciso (sotto i 40 minuti di durata), ruvido e immediato. “E’ stata una reazione spontanea e naturale”, spiega Everett, che in brani come “Prizefighter” e “Fresh blood” (accompagnato da un tenebroso videoclip firmato da Jesse Dylan, figlio di Bob) urla davvero come un lupo, o magari come il bluesman Howlin’ Wolf: “Erano le canzoni a richiederlo. Il video è inquietante? Bene, a me piace disturbare e al tempo stesso divertire, è quello il mio cocktail preferito. Purtroppo non tutti colgono l’elemento di humour in quello che faccio”. La musica di “Hombre lobo”, a sua volta, è a tratti melodica, altre volte aggressiva. “Ma anche l’uomo lupo è così: a volte gentile, altre volte terrificante. Come la vita, del resto”. Che con Mark, colpito da una serie di tragedie familiari, non è stata tenera. Ha imparato qualcosa, signor E, ripercorrendo in un documentario BBC (“Parallel worlds, parallel lives”) la vita del dottor Hugh Everett III, fisico inventore della teoria quantistica sugli universi paralleli? “Sarebbe troppo paragonarmi a mio padre. Però è vero, in fondo con la mia musica anch’io cerco di crearmi un mondo parallelo. Il documentario è stata un’esperienza entusiasmante, ma mi ha anche fatto capire che il mio mondo è la musica. Scrivere un’autobiografia (‘Things that grandchildren should know’, ndr) è stato un altro esperimento, quando mi sono messo al lavoro non avevo neppure firmato un contratto editoriale che mi garantisse la pubblicazione. Solo mentre stavo per completarlo ho pensato che forse nella mia storia c’era qualcosa che qualcuno avrebbe potuto trovare interessante. E’ stato gratificante ma anche difficile. E non so se avrei voglia di ripetere l’esperienza a breve termine. Ho un sacco di idee in testa, peccato non avere a disposizione una vita abbastanza lunga per realizzarle tutte. Di sicuro è molto più divertente fare musica che preoccuparsi di pubblicarla. Appena hai realizzato qualcosa vorresti che tutti possano immediatamente ascoltarlo”. Beh, oggi ci sono Internet, MySpace… E Twitter, che tanti suoi colleghi adorano… “Io invece lo detesto. Siamo sicuri che la gente abbia bisogno di sapere che cosa fa il proprio artista preferito in ogni momento della giornata? A me il suo successo sembra un triste segno dei tempi”.
TAGS: Dylan, Eels, Everett, Hugh, III, Jesse, pop/rock, Twitter
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