Di “Fuori e dentro il borgo”, il debutto letterario di Ligabue (1997) conservo un buon ricordo: era una raccolta di racconti ambientata in luoghi domestici, bozzetti di vita e ritratti di persone che avevano il passo giusto per essere letti e apprezzati come si ascolta e si apprezza una canzone.
Non così di “La neve se ne frega” (2004), un romanzo psico-fantascientifico che proprio non mi era piaciuto. Non ho ricordi, invece, di “Lettere d’amore nel frigo”, la raccolta di poesie edita nel 2006: non sono stato abbastanza curioso da andarmela a cercare in libreria, e comunque della poesia non mi sento all’altezza.
Ho invece letto volentieri questa (seconda) raccolta di racconti, cercando di non badare al rumore mediatico causato dalla “sparata” di Antonio D’Orrico su “Ligabue come Raymond Carver italiano”. Anche perché, per dire, di Carver ho letto pochino, e il paragone non mi esalta né mi scandalizza - semplicemente non lo capisco.
Non è male, il libro. Alcuni dei 13 racconti sono anzi piuttosto belli (il migliore, secondo me, è il più sorprendente e anomalo, “Ristretto vuol dire ristretto”, ma anche “La puzza non passa”, con quel che di Sorrentino, ha il suo perché); altri non fanno gridare al miracolo, altri ancora non mi sono parsi memorabili (soprattutto quelli in cui ricorre il tema della morte, che, insomma, mi pare davvero incombente - e “Non guardo” non è in fondo “Un borghese piccolo piccolo”?). Ma, complici l’ATM milanese e i suoi tram della linea circolare, “Il rumore dei baci a vuoto” me lo sono bevuto in un’andata e ritorno dall’ufficio. Vale 15 euro? Ma sì, “Le prime luci del mattino” ne costa 19...
(Franco Zanetti)