TAGS: Ago Panini , L’erba cattiva

Quando ho letto, nel comunicato stampa che accompagnava il libro, che la collana inaugurata dalla sua uscita è curata da Matteo B. Bianchi, uno che - come dice la signora Pina del marito Ugo Fantozzi - “stimo molto”, mi sono rinfrancato. Non conoscendo (di persona) l’autore, mi sono fidato del curatore. Perché, via, in Italia di libri che raccontino storie e vicende di musicisti in maniera credibile si fa fatica a ricordarsene due - uno è "Foto di gruppo con chitarrista" di Mauro Pagani, l’altro... boh, se c’è non me lo ricordo.

In questo caso il punto è che “L’erba cattiva” è un po’ (molto) autobiografia e un po’ (molto) fiction: è un po’ molto tutto, a dire il vero, forse anche troppo. Certo, non a molti (e forse nemmeno ad Ago Panini, o a lui forse sì) è capitato di essere operato d’urgenza per peritonite da Enzo Jannacci...
C’è tanta immedesimazione e tanta nostalgia, nelle pagine: che raccontano in maniera abbastanza picaresca la nascita la crescita e la fine di un gruppo realmente esistito e di cui Panini è realmente stato il bassista, prima di mettersi a fare altri lavori appena un po’ più stabili (tipo il regista di videoclip e anche di film). Gli Ottantottotasti sono davvero venuti fuori grazie ad Arezzo Wave, hanno davvero pubblicato un album intitolato “Alla faccia vostra”, e quell’album è davvero uscito per l’etichetta “alternativa” della EMI, la Catapulta (purtroppo non ricordo il nome di chi la curava - mi serve saperlo, il libro ne parla). Poi probabilmente sono loro successe tante altre cose, e probabilmente il libro ne racconta parecchie di vere, mescolate a qualcuna inventata.
Ecco, non so... l’ho letto volentieri, “L’erba cattiva”, e l’ho trovato anche ben scritto e ben narrato. Però ogni tanto, irresistibilmente, mi tornava in mente che forse se ci fosse una categoria nella quale catalogarlo sarebbe “chick lit al maschile” - ci sarà un termine anche per questa, ma non lo so: “cock lit”?. Letture, intendo, nelle quali il lettore maschio che ha (avuto) una vita con dei punti di contatto con quella del protagonista si riconosce, si rispecchia e si emoziona e magari anche si commuove un po’ (la descrizione di una certa Milano anni Ottanta/Novanta è vivace e colorita, anche se irrimediabilmente politically correct). E probabilmente questa categorizzazione darà fastidio all’autore e al curatore: magari meno all’editore, perché il libri che parlano di musica non vendono, i libri che parlano di storie di persone a volte sì. Io glielo auguro, a Panini, di vendere molte copie - fra l’altro mi sembra ben messo in quanto a conoscenze utili nel mondo dei media e dello spettacolo. Ecco, magari se al prossimo libro riuscisse ad evitare il lieto fine tipo “La ricerca della felicità” io sarei più contento. Ma io sono Cuordipietra Famedoro, lo sapete...
(Franco Zanetti)



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