Ago Panini
Indiana, 222 pagine, euro 12,50
L’ERBA CATTIVA
Indiana, 222 pagine, euro 12,50
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L’erba cattiva
Quando ho letto, nel comunicato stampa che accompagnava il libro, che la collana inaugurata dalla sua uscita è curata da Matteo B. Bianchi, uno che - come dice la signora Pina del marito Ugo Fantozzi - “stimo molto”, mi sono rinfrancato. Non conoscendo (di persona) l’autore, mi sono fidato del curatore. Perché, via, in Italia di libri che raccontino storie e vicende di musicisti in maniera credibile si fa fatica a ricordarsene due - uno è "Foto di gruppo con chitarrista" di Mauro Pagani, l’altro... boh, se c’è non me lo ricordo.
In questo caso il punto è che “L’erba cattiva” è un po’ (molto) autobiografia e un po’ (molto) fiction: è un po’ molto tutto, a dire il vero, forse anche troppo. Certo, non a molti (e forse nemmeno ad Ago Panini, o a lui forse sì) è capitato di essere operato d’urgenza per peritonite da Enzo Jannacci...
C’è tanta immedesimazione e tanta nostalgia, nelle pagine: che raccontano in maniera abbastanza picaresca la nascita la crescita e la fine di un gruppo realmente esistito e di cui Panini è realmente stato il bassista, prima di mettersi a fare altri lavori appena un po’ più stabili (tipo il regista di videoclip e anche di film). Gli Ottantottotasti sono davvero venuti fuori grazie ad Arezzo Wave, hanno davvero pubblicato un album intitolato “Alla faccia vostra”, e quell’album è davvero uscito per l’etichetta “alternativa” della EMI, la Catapulta (purtroppo non ricordo il nome di chi la curava - mi serve saperlo, il libro ne parla). Poi probabilmente sono loro successe tante altre cose, e probabilmente il libro ne racconta parecchie di vere, mescolate a qualcuna inventata.
Ecco, non so... l’ho letto volentieri, “L’erba cattiva”, e l’ho trovato anche ben scritto e ben narrato. Però ogni tanto, irresistibilmente, mi tornava in mente che forse se ci fosse una categoria nella quale catalogarlo sarebbe “chick lit al maschile” - ci sarà un termine anche per questa, ma non lo so: “cock lit”?. Letture, intendo, nelle quali il lettore maschio che ha (avuto) una vita con dei punti di contatto con quella del protagonista si riconosce, si rispecchia e si emoziona e magari anche si commuove un po’ (la descrizione di una certa Milano anni Ottanta/Novanta è vivace e colorita, anche se irrimediabilmente politically correct). E probabilmente questa categorizzazione darà fastidio all’autore e al curatore: magari meno all’editore, perché il libri che parlano di musica non vendono, i libri che parlano di storie di persone a volte sì. Io glielo auguro, a Panini, di vendere molte copie - fra l’altro mi sembra ben messo in quanto a conoscenze utili nel mondo dei media e dello spettacolo. Ecco, magari se al prossimo libro riuscisse ad evitare il lieto fine tipo “La ricerca della felicità” io sarei più contento. Ma io sono Cuordipietra Famedoro, lo sapete...
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