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Aveva ragione Antonio D’Orrico, questo è davvero un bel libro. Ho fatto una certa fatica a farmelo mandare – l’ufficio stampa Mondadori è stato un po’ latitante - ma leggerlo è stato facilissimo e molto piacevole.
Ben guidato e assecondato dall’editor, Beppe Cottafavi, Zucchero racconta la sua vita e i suoi incontri, personali e professionali, con lo stesso piglio col quale li racconterebbe a tavola fra amici: con partecipazione, con passione, e a volte con allegro disordine (difficile, per dire, che sul finire degli anni Sessanta qualcuno – vedi a pagina 70 – arrivasse alla Nespola chiedendo ai Monatti di suonare “Pensiero” dei Pooh, che sarebbe uscita solo nel 1971). Ma il flusso della narrazione è così avvolgente che non è nemmeno il caso di sottilizzare – e poi, nel complesso, la redazione è stata piuttosto accurata: ho trovato solo un paio di nomi scritti sbagliati (Chet “Backer” anziché “Baker”, “Tony” anziché “Toni” Childs, oltre al solito De André con l’accento sbagliato, “De Andrè”: ma questa è una battaglia persa in partenza).
Quel che conta, sottigliezze a parte, è che, rispetto ad altre (auto)biografie meno o molto meno riuscite, questa riesce a tenere insieme il pubblico e il privato, a raccontare amici o familiari come se fossero personaggi famosi e personaggi famosi come se fossero amici o familiari; il che dipende certamente dall’attitudine caratteriale di Zucchero, ma è altrettanto certamente, o almeno probabilmente, un’indicazione editoriale che si rivela vincente.

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Il suono della domenica, Zucchero Fornaciari

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