TAGS: Il grande libro del rock (e non solo), Massimo Cotto

Va bene, mi arrendo. Per una volta verrò meno alla mia regola basilare, quella di recensire i libri solo dopo averli letti per intero. Stavolta non ce la posso fare. Avete letto bene? Non sono 120 pagine, sono mille e venti - MILLE E VENTI. Io, per me, avrei anche tenuto fede al mio credo, ma - pur leggendo ogni sera una trentina di pagine, come sto facendo da un paio di mesi: se vi state chiedendo dove tengo il libro, non lo tengo sul comodino (è più grande il libro del comodino) ma in un altro luogo anche più intimo - sono arrivato solo a un quarto del libro. E di questo passo finirei per Natale, forse. Il che avrebbe una ricaduta positiva (la mia recensione sarebbe basata su una conoscenza completa del libro) ma un paio di ricadute negative. La prima è che la recensione uscirebbe troppo tardi rispetto alla data di pubblicazione del ponderoso volume. La seconda è che non so più cosa inventarmi per spiegare all’autore i motivi per i quali la recensione del suo libro non è ancora uscita su Rockol. Quindi, bando alle ciance e facciamola. “Il grande libro del rock (e non solo)” ha come sottotitolo “Musica per tutti i giorni dell’anno”, il che spiega l’impostazione dell’opera: per ogni giorno del calendario - no, il 29 febbraio non c’è - Cotto racconta una o più storie legate principalmente alla musica, ma non solo a quella: si parla anche di cinema, poesia, letteratura, teatro, pittura, sport, fumetti, e di personaggi che hanno operato in quegli ambiti. Ne manca solo uno, degli argomenti che sappiamo essere cari all’autore: ma il libro non è illustrato, il che permetterebbe dell’argomento suddetto una trattazione oggettivamente incompleta. Sarà per un altro libro. Ho affrontato la lettura, come suggerisce l’autore, come se salissi su una giostra della memoria: ho cercato cosa c’era in date che mi riguardano (con la mia data di nascita, 22 agosto, non ho avuto fortuna: si parla di Tori Amos, della quale condivido il compleanno ma non le inclinazioni musicali; con la data di nascita di mio figlio, 4 dicembre, mi è andata meglio, ma per la ragione sbagliata: quel giorno, nel 1993 è morto Frank Zappa). Insoddisfatto del risultato, ho proceduto con la metodologia più randomica possibile: aprendo il libro a caso. E così è andata meglio, molto meglio. Perché leggendo qua e là ci ho trovato cose che sapevo ma che non ricordavo, cose che non sapevo, cose che ho scoperto con piacere e cose senza sapere le quali avrei potuto sopravvivere benissimo. Ma è questo, credo, il senso di “Il grande libro del rock”: c’è di tutto, c’è di più, c’è quello che vi aspettereste di trovarci ma c’è anche quello che non vi aspettereste di trovarci - ed è molto. Cotto, si sa, è un affabulatore irresistibile: racconta col piacere di raccontare, parla bene e dispone di un patrimonio di aneddoti e citazioni apparentemente inestinguibile. Ecco, leggere le storie raccolte nel libro è un po’ come ascoltare Cotto quando parla alla radio. Ti diverti, sei interessato, e soprattutto ti pare che tutto quello che dice sia bello e giusto. Poi magari non sempre è vero, ma alla fine che importa? Frate’, stai a guarda’ er capello? In questo libro, poi, Cotto si lascia anche un po’ andare e ci mette del suo - pareri personalissimi, incontri privati o quasi, giudizi schietti e politicamente non corretti. Insomma, parla spesso in prima persona. Un vezzo, dite? Ma no. Quando si arriva a una certa età, certe libertà fa bene concedersele.



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