ARCHIVIO INTERVISTE
Joe Jackson

Joe Jackson

Al cospetto di Joe Jackson, maestro di pop music contemporanea. Uno che non è mai stato particolarmente amichevole nei confronti della stampa musicale. Anzi: la fama che lo circonda è quella di personaggio scorbutico, insofferente con i media, dalla lingua tagliente e sputasentenze. Forse oggi (è una mattina di inizio febbraio, e Joe è in un hotel milanese a concedere interviste) è in giornata di grazia. Modi signorili, il corpo magrissimo e flessuoso infilato in un lungo soprabito di pelle nera, l’inconfondibile viso elastico un po’ segnato dal tempo, si capisce che vorrebbe essere da qualche altra parte e che la routine promozionale gli sta un po’ sullo stomaco. Ma risponde con garbo, un linguaggio appropriato e una voce sussurrata da gentleman inglese – a dispetto della ventennale residenza newyorkese - che sembra favorire la conversazione confidenziale: non è proprio così, perché sta sulle difensive e non entra mai troppo nei dettagli, mr. Jackson (e anche il suo acidulo sense of humour sembra tenuto a freno). Ma gli bastano poche parole ben scelte per chiarire i concetti e si vede che è divertito e eccitato dal suo progetto in corso, una trovata che, dice, ha sorpreso lui stesso: rimettere insieme la band degli esordi, quella di “Look sharp” (1978), per un disco (“Volume 4”, in uscita il 10 marzo) e un tour che, confessa, sono la sua prima concessione alla nostalgia in venticinque anni di carriera.


“Volume IV” suonerà familiare a chi ti segue dagli inizi. Sembra quasi un ritorno a casa, simile a quello che anni fa avevi descritto in una canzone come “Hometown”.
Hai citato l’unico pezzo di tono nostalgico del mio vecchio catalogo… L’idea di questo disco mi è venuta in mente quando mi sono reso conto che erano passati venticinque anni dal nostro debutto. In sé non era una motivazione sufficiente, e il progetto ha cominciato a prendere realmente forma solo quando ho cominciato a pensare ad un un album nuovo che potesse rappresentare un ponte tra passato e presente. Sei canzoni erano già pronte prima che pensassi di rimettere insieme il vecchio quartetto.

Non è stato difficile, cambiare completamente passo rispetto allo stile compositivo molto più complesso ed avventuroso che avevi maturato negli ultimi anni?
E’ un po’ la differenza che passa tra lo scrivere un romanzo e un racconto breve. In “Volume 4” sono io nella mia veste più semplice, essenziale e diretta possibile. Ho letto recentemente una frase di Einstein che mi ha colpito, e che dice più o meno così: “Ogni cosa dovrebbe essere fatta nel modo più semplice possibile, ma senza andare oltre”. Senza scadere nel semplicismo. Anche un disco come “Heaven and hell”, il progetto più ambizioso e complesso che ho pubblicato finora, è stato realizzato secondo questo principio, a dispetto della molteplicità di sfumature e del duro lavoro che aveva alle spalle: cercando di rendere le cose il più semplici possibili.

La notizia di una reunion con la tua band degli esordi ci ha colti, lo ammettiamo, un po’ impreparati. Come, abbiamo pensato, proprio Joe Jackson, il musicista che guarda sempre avanti, torna alle origini? E si guarda alle spalle per la seconda volta consecutiva, dopo “Night and day 2”?
Sono due album molti differenti tra loro. “Night and day 2” aveva ovviamente dei collegamenti con il suo predecessore ma non era un disco nostalgico. “Volume 4” contiene invece indiscutibilmente un elemento di nostalgia: e poiché si tratta di un sentimento che normalmente non mi appartiene, potrei rispondere che per me rappresenta comunque una novità, e quindi un altro passo avanti. Talvolta, per creare qualcosa di nuovo, devi trasferire nel presente una parte del passato, è umanamente impossibile concepire ogni volta qualcosa di nuovo al 100 per cento. Credo sia parte di un processo naturale, nel corso dell’esistenza. A volte ti sembra di lasciarti il passato alle spalle, e ti convinci che per andare avanti devi sotterrare ciò che sei stato prima. Invece non è così: ti porti dietro un bagaglio che diventa ogni giorno più grande. E a volte fa bene fermarsi, a guardare cosa c’è in quel bagaglio: si finisce per scoprire qualcosa di buono di cui magari ci si era dimenticati. Lo fanno tutti gli artisti, prima o poi: io ci ho messo semplicemente più tempo di altri.

Graham Maby, il bassista del gruppo, ha continuato a suonare regolarmente con te. Come hanno reagito gli altri due membri della vecchia band, alle tue telefonate?
Non ci volevano credere, pensavano che stessi scherzando. E anche Graham, a dire la verità, era incredulo: ci ho messo dieci minuti a convincerlo che stavo parlando seriamente. Hanno risposto tutti con entusiasmo, e questo è il vero motivo per cui la cosa è andata in porto. Pensavo che Dave (Houghton, il batterista) avrebbe detto di no, considerando che si era quasi ritirato dall’ambiente musicale dopo aver gestito per qualche tempo un negozio di strumenti a percussione. Se non fossero saliti tutti a bordo, la nave non sarebbe mai salpata.

Avete registrato il disco molto velocemente, pare…
Esattamente. Siamo entrati dritti filati in sala di registrazione dopo alcuni concerti di riscaldamento in Inghilterra. Avremmo potuto provare a lungo le canzoni, prima, ma sarebbe risultato tutto troppo sicuro e prevedibile: ho preferito lasciare aperta la porta al senso di “pericolo” e di imprevedibilità che si ha quando si suona davanti ad un pubblico.

In tour suonate anche il vecchio repertorio, naturalmente.
Sì, anche pezzi dal periodo successivo allo scioglimento della band, canzoni che provengono da “Big world”, “Blaze of glory” e “Laughter and lust”. E’ molto difficile adattare i pezzi di “Night and day”, invece: ma cercheremo di arrivare a una soluzione.

Dal vivo interpreti anche diverse cover…Graham Parker, per esempio: agli inizi della tua carriera ti affiancavano sempre a lui, e ad Elvis Costello, come parte di una triade di “angry young men” emersi dalla scena post-punk. Senti di avere qualcosa in comune con loro?
Ero un fan di Graham Parker, lo ammetto, e sono stato influenzato da lui. Ma quando Elvis è uscito allo scoperto avevo già scritto la maggior parte delle canzoni del mio primo album, Dunque, non lo riconosco come una mia fonte di ispirazione. Forse le mie prime cose assomigliavano leggermente alle sue, ma per il resto non riscontro alcuna analogia tra di noi. Poteva andarmi peggio con i paragoni, comunque: pensa se per vent’anni mi avessero accostato a Kenny G…Quanto alle cover, ne sto preparando di nuove, anche se è difficile trovare canzoni che si adattino al mio modo di cantare, che è limitato e funziona soprattutto con il mio materiale. Con quello altrui, tutto diventa più pericoloso. Sono soddisfatto di quel che ho fatto con “Eleanor Rigby”, comunque: ho cercato di darne un’interpretazione diversa, cantandola in una tonalità decisamente più alta di Paul McCartney. Ora sto lavorando a canzoni di John Lennon, di Neil Finn e di Ron Sexsmith. Abbiamo anche registrato una gran canzone di Todd Rundgren, “Couldn’t I just tell you”, che calzava a pennello alla band. Non so che ne sarà di quel disco: dovrebbe uscire quest’anno, ma non ne sono sicuro.

Questa rimpatriata deve anche aver fatto riaffiorare un sacco di ricordi d’epoca…
Sì, certo…Ci siamo divertiti, eravamo amici. E adesso, riunendoci per le prove del tour, ci capitava spesso di interromperci a furia di risate, ricordando i vecchi tempi. Per due anni e mezzo avevamo lavorato senza interruzioni, è stato un periodo molto intenso. E’ per questo che tra noi è rimasto un legame speciale, come tra vecchi commilitoni che hanno fatto la guerra insieme…

Hai descritto i tuoi sogni giovanili e gli anni della tua formazione musicale in un libro autobiografico, “A cure for gravity”. Il racconto si fermava alla soglia dei 24 anni e del tuo primo ingresso in uno studio di registrazione: ci sarà un seguito?
No. Se mai scriverò un altro libro, l’argomento sarà diverso. Tutte le cose interessanti sono in quel primo volume. Di lì in avanti la nostra storia assomiglia a quella di mille altri gruppi di successo dell’epoca. Chissà perché c’è gente che pensa che la parte più interessante della storia stia nei lati tenebrosi, nelle tensioni e nei fallimenti che seguono al successo…Non è così che la vedo io, il gossip non mi interessa.

I testi del nuovo album sembrano spesso trattare tematiche e problemi del mondo giovanile…
“Awkward age” è rivolta ad una quindicenne. E “Thugz r us” parla dei ragazzi bianchi delle periferie suburbane che cercano di imitare i gangsta rappers di colore…

Mentre la musica che la accompagna è uno ska-punk che rimanda direttamente ai tempi di “Beat crazy”: strana combinazione…
E’ vero. Non so perché mi è venuta così, ma funziona.

A proposito di “Beat crazy”: in una canzone di quel disco, “One to one”, dichiaravi di non essere il tipo che ama sventolare bandiere o indossare distintivi. Che ne pensi allora delle rock star di oggigiorno che si improvvisano ambasciatori della politica?
Non voglio criticare nessuno per le sue opinioni, ma ho l’impressione che qualcuno abbia dei forti complessi di colpa, che derivano forse dal non considerare abbastanza rilevante, per la società, la professione di artista. Personalmente penso che se vuoi esercitare un impatto sulla situazione politica che ti circonda, non è cantando o suonando la chitarra che puoi farlo. Ma, ripeto, è questione di gusti e di punti di vista.

Torniamo alla musica, allora. Come componi le tue canzoni?
Le scrivo nella mia testa, essenzialmente. Spesso uso il pianoforte, ma non ne sono dipendente e per me resta solo uno strumento di espressione. Non credo di scrivere “canzoni da pianoforte” come fanno, ad esempio, Billy Joel o Ben Folds. Non sono un pianista che scrive canzoni: piuttosto un autore che suona il pianoforte.

Ascoltando “Night and day”, ai tempi in cui uscì, era evidente il senso di eccitazione legato alla scoperta della metropoli, della sua musica e della sua nightlife. E com’è oggi, Manhattan? Un posto come Times Square sembra completamente trasformato …
Già, è diventata come Disneyland. Orribile, tutta plastica. Meglio quando c’erano in giro i cinema porno e gli spacciatori. Manhattan è diventata più sicura, ma è stata fin troppo ripulita: e per me ha perso una parte del suo fascino. Anche musicalmente, questa non si può certo considerare un’età dell’oro. New York continua ad essere un buon posto per la musica sperimentale, per la world music e per molte altre cose. Ma ci sono meno posti dove suonare. Molta gente, e molte attività culturali, si stanno trasferendo a Brooklyn perché Manhattan è diventata troppo costosa.

Hai collaborato alla nuova edizione deluxe di “Night and day”?
Sì, ho dato alla casa discografica alcuni dei miei demo d’epoca: è materiale divertente, molto “cheap”, in cui suono tutti gli strumenti. Credo che nel disco ci siano anche alcuni brani live e pezzi tratti dalla colonna sonora di “Mike’s murder”.

E che ne è dei tuoi dischi fuori catalogo?
Nulla. La Universal, che ha ereditato il catalogo A&M, non vuole restituirmi i master e non credo neppure che voglia ristamparli. Non posso farci niente, non rispondono neanche alle mie telefonate.

Ambizioni per il futuro?
La vera ambizione della mia vita è di invecchiare serenamente. Voglio arrivare a 95 anni ed essere una persona felice: ecco il mio unico, vero desiderio per il futuro.

(Alfredo Marziano)

(07 mar 2003)

30 mar 2017    Rockol - La musica online è qui Rockol.com - All your music news in one place