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09 settembre 2010
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Breakbeat Era

Breakbeat Era

Breakbeat Era è uno dei progetti paralleli di Roni Size a Reprazent. Un progetto che, sia pur con diverse modalità e sicuramente più sbilanciato verso la forma canzone (in quasi tutti brani dell’album, “Breakbeat era”, la voce di Leonie ha un ruolo preponderante), prosegue il cammino di “ri-presentazione” della black music all’interno di un involucro ritmico drum’n’bass, anche se, un po’ per la scelta dell’uso di una vocalist, un po’ per la struttura funk dei brani, la tendenza è quella di creare qualcosa che esca dalle logiche della pista da ballo. Ne abbiamo parlato con Leonie Laws, la vocalist scelta da Roni Size e DJ Die per dare una forma più vicina alla forma canzone alle accelerazioni a base di funk, soul e drum’n’bass.

“Tutto è iniziato da un nastro, dalla registrazione di un brano che avevo inciso a casa mia, su un quattro piste, con la chitarra acustica. Ho fatto sentire il pezzo a un amico. Dopo qualche settimana mi è arrivata una telefonata. Era l’etichetta di Bristol, la Full Cycle. Mi dicevano che il brano, quello che è poi diventato “Breakbeat Era”, era piaciuto parecchio a Roni Size e DJ Die. Così sono andata nel loro studio, ed eccomi qui”.

E prima di questo progetto dove è stata, cosa ha fatto Leonie Laws?
“Sono nata in Sud Africa. Ho viaggiato molto nella mia vita, cambiando molti posti. Ma Bristol è quella che mi è entrata nel cuore. Anche se non sono assolutamente una tipica rappresentante di questa città – sono troppo “eccitabile”, troppo poco “cool” per essere una vera “bristoliana”, qui il mio amore per la musica mi ha portato a qualcosa di concreto. Qui ho iniziato a suonare in giro per i pub. Ho avuto delle chance ed ora Roni Size e DJ Die mi hanno ripagata per tutto il tempo dedicato alla musica”.
C’è voluto parecchio però prima che il primo disco di Breakbeat Era fosse finito definitivamente. Come mai?
“Roni e DJ Die hanno dovuto finire “Reprazent”. Poi sono stati in tour, hanno vinto il Mercury Prize e tutto è diventato ancora più schizofrenico. Non è stata male però tutta questa attesa. Ho lavorato ancora di più su me stessa, sulle idee che già erano venute fuori tre anni fa”.

Scrivendo canzoni?
“Sì, scrivevo canzoni. Ma intanto ascoltavo anche un sacco di dance music. E’ da quando è iniziato ad arrivare il drum’n’bass che mi sono avvicinata alla dance. La cosa che mi ha fatto andare fuori di testa per il d’n’b è che, a differenza di altri generi di musica dance, la puoi ballare a velocità diverse, seguendo il ritmo delle battute o quelle reggae del basso. E poi ho sempre avuto un’attenzione particolare per il basso e la batteria, anche quando ascoltavo rock band”.

Quindi da una parte c’è il tuo amore per la canzone tradizionale e dall’altra questa forte attrazione per il d’n’b. E’ questa l’addizione che sembra aver portato Breakbeat Era a qualcosa di verso dal solito…..
“Oh, sì. Abbiamo pensato a questo disco come a qualcosa che non fosse necessariamente scritto per il dancefloor. Certo, il “tiro” è quello del così detto drumfunk, di quello che noi pensiamo sia “punk drumfunk”, una versione più grezza e diretta di produzioni come EZ Rollers, ma non abbiamo pensato a Breakbeat Era come a qualcosa che potesse essere fruito solamente nei club”.

Nonostante tu sia protagonista in quasi tutti i pezzi “Breakbeat era” rimane comunque un disco d’n’b e la voce, uno “strumento” inusuale per il d’n’b credo sia più funzionale che non prioritaria all’interno della formula d’n’b…..
“Sì, a volte ho dovuto “scazzare” con Roni e DJ Die perché volevano che scrivessi qualcosa a tutti i costi, che inserissi la mia voce in brani che invece erano perfetti così, strumentali al 100%. Al di là di tutto, l’aspetto più importante è che la voce non sia stata né primaria né secondaria alla musica. Era qualcosa che doveva ampliare il nostro raggio d’azione. Qualcosa che, usata come suono aggiunto, potesse rendere ancora più interessante una formula già di per sé eccitante come è il drum’n’bass. Con Roni si è parlato più volte della potenza che può avere una voce, di come può rendere un pezzo di d’n’b più riconoscibile. Si sa che i brani strumentali possono conquistarti al momento per la loro componente ipnotica, per il groove che hanno, per la resa che possono raggiungere sulla pista da ballo. Ma dopo qualche settimana vengono immancabilmente soppiantati da un altro brano, altrettanto potente, altrettanto ipnotico. La voce potrebbe servire a rendere più longeva la vita di un pezzo di d’n’b. Questo non vuol dire che io pensi alla mia voce come a un elemento pop, no. Credo che sia come uno strumento, una tromba che segue di pari passo le linee del basso ma che allo stesso tempo può dare maggior peso, può creare melodie all’interno della struttura di un brano, seguendo in questo caso quella che è la lezione dell’r&b ”.

Ci puoi dire qualcosa riguardo ai testi?
“Ci sono centinaia di significati nei testi che ho scritto e nessuno in particolare. Tutto quello che ho scritto lo considero più come un flusso di coscienza incontrollato che come delle storie che abbiano senso, che raccontino qualcosa in particolare. Sta ad ognuno di voi, ad ogni persona che ascolterà il nostro disco dargli il significato che vuole. Insomma le mie parole sono un po’ come gli strumenti che hanno permesso a questo disco di esistere, come il risultato finale raggiunto da Breakbeat Era. Se una persona ascolterà le linee di basso potrà interpretare il nostro lavoro con un taglio completamente diverso da quello che potrà attribuire una persona che ascolta le ritmiche o i samples che sono stati usati. Lo stesso è per i testi. Qualcuno potrà pensare che ho scritto dei testi malinconici. Altri potranno attribuirgli un ché di poetico. Quello che posso dire io, in prima persona, è che da anni scrivo poesie. Prima di incontrare Roni Size suonavo nei pub di Bristol con la mia chitarra acustica e le parole non sono mai state un vero problema. Ciò che cercavo di fare era scrivere canzoni, non snocciolare verità”.

Cosa vi ha influenzato durante le registrazioni di Breakbeat Era. C’è qualche artista a cui vi siete ispirati in modo particolare?
“Ci siamo influenzati a vicenda. E’ stato un continuo flusso di idee che scorrevano tra me, Roni e Dj Die. Certo, non è che ci siamo rinchiusi in una stanza e abbiamo lasciato fuori il mondo. Ascoltavamo la radio mentre registravamo il disco. Ma abbiamo cercato di rimanere il più possibile staccati da ogni tipo di trend e tenere fede a quello che ci ha fatto innamorare della musica. Per quello che mi riguarda comunque, mentre lavoravamo al disco Redman (un rapper americano, n.d.r.) e Basement Jaxx sono gli artisti che più mi hanno impressionato. In particolare devo dire di essere rimasta colpita da Redman. Roni ha fatto un remix per lui. Siamo entrati in contatto e ho osservato con molta attenzione come usava le parole. Per lui le parole non sono nulla. Sono suoni che, a seconda delle situazioni possono espandere il groove o l’atmosfera del pezzo. E’ quello che ho cercato di fare in questo disco”.

(01 set 1999)

© Riproduzione riservata. Rockol.com S.r.l.

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