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Ottmar Liebert
Acclamato come l’inventore di un genere chitarristico capace di sposare le suggestioni flamenche con l’ispirazione strumentale della new age, Ottmar Liebert - per quanto sconosciuto al grande pubblico nazional-popolare - è assai ben conosciuto in Italia, specialmente tra gli appassionati del genere. Chi frequenta programmi radiofonici come "Montecarlo Nights" - o in generale ama la ambient music trasmessa a notte fonda - avrà già fatto la conoscenza di questo artista. Dal grande successo di "Nouveau flamenco" all’exploit de "Il ciclone", Ottmar Liebert ha percorso un itinerario musicale simile - nel suo genere - a quello di altri grandi della chitarra come Pat Metheny. Ecco come sono andate le cose durante l’incontro sanremese con Rockol...
Allora, com’è stato suonare ad un Festival così importante?
È stato pazzesco... non ho mai visto tanta gente in un backstage. Per fortuna le cose sembravano essere organizzate bene...
È una performance particolare, comunque... devi dare il meglio in quattro minuti...
È vero, non l’avevo mai fatto prima. Comunque mi è piaciuto molto. Il direttore d’orchestra era molto bravo.
Da dove nasce la collaborazione con Leda Battisti?
È una cosa strana, a dire il vero. Mi ha mandato un e-mail qualche anno fa - l’avevo pubblicata sul retro di un mio album - nella quale mi chiedeva se ero disposto a suonare su un suo album, qualora ne avesse fatto uno. E io le risposi che sì, l’avrei fatto. Così, nel 1997, mentre ero in Toscana per qualche settimana - dopo sette anni in tour avevamo deciso con il gruppo di festeggiare prendendoci sette settimane di vacanza - sono andato a Milano per registrare con lei l’album, e ho finito per suonare su 11 brani. Quando Leda ha saputo che sarebbe andata a Sanremo, ha scritto altre due canzoni appositamente per l’occasione e mi mandato i nastri - visto che nel frattempo non ero più in toscana - a Santa Fè, dove vivo. Li ho registrato le mie parti e le ho rimandato i nastri.
La Toscana è il posto in cui hai iniziato a scrivere il materiale per il tuo nuovo disco: è anche per questa influenza italiana che il disco si intitola "Innamorare summer flamenco?"
Sì, è molto ispirato dal periodo trascorso in Toscana. Erano passati tre mesi dall’uscita nei cinema de "Il ciclone", e la colonna sonora che conteneva la mia canzone si sentiva ovunque, al punto che un gruppo ha deciso di registrarne una versione dance. Così tutte le volte che prendevamo la macchina finivamo per ascoltarla o alla radio oppure quando entravamo nei bar. Così ho pensato che mi sarebbe piaciuto scrivere un altro album così, pieno di energia, mentre l’ultimo lavoro che ho registrato, "Opium", era piuttosto introspettivo. Mia madre era morta da poco e vivevo stati d’animo completamente diversi. Poi sono riuscito a recuperare la mia positività, e ho pensato di mettere in piedi un gruppo ancora più esteso, che comprendesse anche dei fiati e più di un batterista: così alla fine del 1998 sono partito per un tour americano di tre mesi con una band di nove elementi e ci siamo veramente divertiti molto. Alcune delle canzoni di "Innamorare summer flamenco" sono quelle scritte in Toscana, altre provengono da quel tour.
In che modo il nuovo album si differenzia dai precedenti?
Ho cercato di avere un suono diverso in ogni album, utilizzando ad esempio dei nuovi strumenti o cambiando in qualche modo le carte in tavola. Per questo album, ad esempio, abbiamo usato per la prima volta la batteria: normalmente utilizzavo dei percussionisti, oppure dei singoli componenti, mentre questa volta c’è tutto un set al completo, e in più c’è un percussionista specializzato in percussioni arabe e indiane, così da poter spaziare con il nostro suono dalla musica rhythm’n’blues ad atmosfere maggiormente rarefatte.
Ti pensa essere considerato una sorta di guru del flamenco?
La cosa divertente è che quando nel 1990 sono uscito con il mio primo album si intitolava "Nouveau flamenco", e adesso, dopo 10 anni, è diventato quasi una definizione di genere. Se vai su internet molti artisti definiscono la propria musica con quella parola. È strano, se ci pensi, perché ho sempre considerato la mia musica come qualcosa di originale, poco legata alla tradizione del flamenco, mentre poi ho scoperto che molti musicisti citano tra le proprie fonti di ispirazione proprio quel disco.
I tuoi album vendono molto e in continuazione in Italia: ti sei mai chiesto perché?
Credo che in parte dipenda dal fatto che sono degli album strumentali e poi perché c’è molta melodia nella musica che scrivo. Le melodie non invecchiano e infatti se ascolti oggi "Nouveau flamenco", nonostante siano passati quasi dieci anni dalla sua pubblicazione, ti sembrerà ancora interessante. Stiamo lavorando con il mio ingegnere del suono ad una edizione speciale di quell’album, che uscirà il primo aprile 2000, cioè esattamente a dieci anni di distanza dalla pubblicazione dell’originale. L’album conterrà le canzoni della scaletta originale più alcuni inediti che risalgono a quelle sessions e che non abbiamo utilizzato. Sarà un album molto lungo, di oltre settanta minuti.
Scriverai qualche nota per l’occasione?
Sì, certo. Racconterò qualche aneddoto sulle registrazioni. A ripensarci oggi mi sembra che questi dieci anni siano volati.... abbiamo suonato così tanto in giro... comunque tornando al discorso di prima, credo che un’altra grande caratteristica della mia musica è che sono sempre stato un amante del r&b. Il primo concerto che ho visto è stato degli Earth, Wind & Fire, e subito dopo Carlos Santana. Nel flamenco la chitarra accompagna i cantanti, i ballerini, la melodia, e quindi vive un ruolo molto dinamico, mentre nel r&b è molto più legata al ritmo e presente nel suono del gruppo. Se consideri il ritmo per quello che è e poi la melodia, vedrai che molte delle mie composizioni sembrano in realtà canzoni pop. E di fatto non scrivo come scriverebbe un chitarrista, ma più come farebbe un autore di canzoni.
Stavo pensando a Pat Metheny, che ha sempre riconosciuto di scrivere come un trombettista, dando molta importanza alla melodia...
È una cosa che non sapevo, ma mi fa enormemente piacere, perché capisco esattamente quello che vuole dire. Ho iniziato a suonare quando avevo 12 anni ma, quando a 16 anni ho ascoltato per la prima volta Miles Davis, ho deciso di mollare la chitarra per un po’ e imparare a suonare la tromba. Poi sono tornato alla chitarra, dove me la cavavo meglio, ma non ho mai dimenticato l’approccio del trombettista. Pat è un grande chitarrista, ma è molto diverso dagli altri. Il bello del trombettista - e quindi capisco il suo stile - è che deve avere un punto di arrivo nella sua frase, perché l’aria che può contenere nei polmoni non dura all’infinito. Quando ascolti Santana ti rendi conto che è un amante del sassofono, puoi ascoltarlo nel suo fraseggio, e anche quando ascolti George Benson - e lo senti canticchiare sopra gli assoli la melodia - capisci che quell’approccio è diverso dalle migliaia di note al secondo che suonano molti chitarristi.
Cosa ha preso la tua musica dal flamenco tradizionale?
Molta della tecnica, lo stile rascado, il modo di suonare lo strumento che è diverso dalla chitarra classica, e poi alcuni ritmi molto particolari. Ho studiato flamenco per molto tempo ma poi ho capito che quello che volevo era suonare una musica più originale e moderna. Per suonare davvero il flamenco devi esserci nato: ho appena prodotto l’album di un chitarrista flamenco; è un gitano cresciuto in una grotta, suo padre gli ha insegnato a suonare la chitarra e lui ha deciso di indirizzarsi verso una musica più moderna e contaminata, così ha chiesto la mia collaborazione. Sono onorato, naturalmente, dalla scelta, ma quando lo ascolto suonare mi rendo conto che lui è davvero un chitarrista flamenco. D’altra parte il mondo diventa sempre più piccolo, e la musica crea una nuova cultura mescolando se stessa.
(06 Mar 1999)
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