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Gianna Nannini
05 ott 1998 -

Gianna Nannini

“C’era bisogno di 'Aria', e questo è esattamente il disco che ci voleva ora”: Gianna Nannini spiega così il suo nuovo disco, con poche e secche parole. Per registrarlo si è circondata di diversi compagni di avventura: dalla scrittrice Isabella Santacroce (“Destroy”, “Luminal”), ai produttori Christian Lohr e Armand Volker, ai musicisti catanesi Raffaele Gulisano, Tommaso Marletta e Davide Oliveri.
La cantante senese, che ha anticipato l’uscita del disco con la stesura della colonna sonora del cartone animato “Momo”, porterà “Aria” in tour dal 13 luglio al 14 settembre, con due anteprime, il 23 maggio a Lucerna e il 27 maggio presso la Cavea dell’Auditorium Parco della Musica di Roma. Rockol ha colto l’occasione per farsi raccontare la genesi dell’album, delle collaborazioni, delle colonne sonore, del tour…


Partiamo dalla domanda più ovvia: perché hai intitolato il tuo nuovo disco “Aria”?
“Aria” evoca il bisogno di un cambiamento, di fantasia, della voglia di prendere il volo. Questo è un disco che si stacca da terra. “Aria” è anche il mio elemento, visto che sono un Gemelli. Questo è un album che naviga tra diversi elementi… Ma non va spiegato, va ascoltato…

Il disco, però, è stato registrato alle pendici dell’Etna, quindi a stretto contatto con la terra…
Ho cercato l’Etna proprio perché stavo facendo un disco che si chiama “Aria”... In realtà ci sono finita anche un po’ per caso, perché ho incontrato un fenomenale trio di Catania: Raffaele Gulisano, Tommaso Marletta e Davide Oliveri, che mi hanno dato una grossa mano e sono stati una grande fonte d’ispirazione. Lavorare con una band significa non fare la cantautrice introspettiva; significa essere più estroversi, più aperti. Con loro ho individuato questo luogo vicino all’Etna, dove sono nate le melodie che hanno dato vita alle canzoni di questo disco.

A proposito di collaborazioni: “Aria” vede la presenza della scrittrice Isabella Santacroce, che ha contribuito alla stesura dei testi. Come è nato questo connubio?
Conoscevo Isabella attraverso i suoi libri, mi piaceva il suo modo di usare la parola. Ci siamo incontrati a Milano circa tre anni fa: ci siamo trovate subito in sintonia, abbiamo iniziato a parlare, a viaggiare assieme, raccontarci le nostre vite; è stato come a scuola, quando si fanno i compiti con le amiche. Da lì è nata l’idea di scrivere assieme dei testi.
Sono affascinata soprattutto dalla sonorità delle sue frasi. Mi ha spinto a rinnovare il mio approccio, ma anche per lei è stata una sfida: la parola scritta rimane ferma in un libro, mentre quella cantata prede vita. Assieme abbiamo fatto delle vere e proprie session verbali alla ricerca della sonorità delle parole. Ma con lei, soprattutto, ho trovato una grande amica.

Credi che il tuo modo di scrivere sia accomunabile a quello della Santacroce?
No, è opposto. E’ questo che ci ha legato: le mie cose sono rimaste le mie e le sue, le sue, ma entrambe ci siamo messe in gioco. Lei ha un mondo molto preciso di riferimenti, punta molto di più sulla fantasia; io invece sono più realista. Uniti assieme, questi due mondi hanno dato vita a queste canzoni. La sua geometria della frase è molto diversa dalla mia, ma siamo legati dalla visionarietà della parola, che diventa “picture”, film.

La produzione di questo album è quasi completamente straniera. Come mai questa scelta?
Mi interessava la sporcizia dell’elettronica… Con Christian Lohr e Armand Volker, e con gli altri ragazzi della band, ho instaurato un rapporto fisico, non riuscivo a passare del tempo senza vederli. In Christian, in particolare, ho trovato la continuità di un lavoro iniziato anni fa con Conny Plank (collaboratore della Nannini dagli anni ’80, ma anche di Kraftwerk, Devo, Ultravox e Eurythmics scomparso nel 1987, ndr). Insieme abbiamo trattato molto la mia voce, registrando dei veri e propri riff vocali.

Le sonorità di questo album sono attuali, ma per certi versi ricordano anche la Gianna Nannini delle origini. Avevi bisogno di riappropriarti del tuo passato musicale?
Infatti sono molto Gianna Nannini... Scherzi a parte, le sonorità di questo disco non sono neanche attuali, guardano addirittura al futuro. I revival degli anni ’70 li abbiamo già fatti. Io non torno indietro.
Però continuerò ad eseguire i pezzi vecchi con la stessa passione, anche se in una nuova veste. In tour sarò accompagnata da un trio che comprenderà Lohr, John Cabàn, un chitarrista newyorchese che già lavorato con Art Neville e Bo Diddley, e Thomas Langh. Sarà una band senza il basso, essenziale e scarna, ma fornirà un impatto sonoro più forte.

Credi di aver perso la tua tipica rabbia, col passare del tempo?
Forse sì. Ma sul palco ho sempre la voglia esplosiva di esprimermi. Vedo la rabbia come una cosa negativa, differentemente dall’agressività. Combattere fa bene, ma non con violenza. Recentemente ho partecipato alla marcia per la pace di Assisi, continuo ad essere vicina a Greenpeace e continuerò a farlo.

Prima di “Aria” hai scritto le musiche per due cartoni animati, “Lupo Alberto” e “Momo”…
“Lupo Alberto” è stato un gioco, nato prima di fare “Momo”. Un giorno mi hanno chiesto di fare la sigla per il cartone animato tratto dal fumetto, che conoscevo e amavo da morire. Non avevo visto nulla, né immagini né storyboard, ma conoscevo il personaggio; ho scritto capovolgendo la situazione, immedismandomi in Marta, la gallina compagna di “Lupo Alberto”. Per me quello che conta in un cartoon è la fantasia: se c’è quella, tutto funziona. Per questo motivo, è stato facile lavorarci: “Lupo Alberto” mi ha ispirato una visione.
La colonna sonora di Momo, invece, mi è stata proposta quando stavo scrivendo questo ultimo disco; i due impegni, per un po’, sono stati paralleli, ma senza mai accavallarsi.

Sei stata una delle prime donne a fare rock in Italia. Ti senti in qualche modo una capofila? Cosa ne pensi di chi ha seguito questa strada?
In realtà io sono nata come cantautrice: mi esibivo da sola con il pianoforte. Cominciai a fare rock con pezzi come “America”, “California”, ed ero vista parecchio male… Mi ricordo che mi fischiavano quando aprivo i concerti per altri musicisti… Quello, in Italia, era il periodo dei cantautori, e non c’era spazio per altro; oggi invece è il contrario. Credo che oggi ci sia più spazio per le donne, perché le donne se lo sono preso. L’importante è cominciare, poi più gente c’è, meglio è…

(Giuseppe Fabris)

(11 mag 2002)

© Riproduzione riservata. Rockol.com S.r.l.

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