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Estra
17 Feb 2000 -

Estra

Estra Quarto disco per i trevigiani Estra, quello della maturità. “Tunnel supermarket” è un deciso passo avanti dal rock semplice e diretto di “Nordest cowboys”. Giulio “Estremo” Casale e soci allargano lo sguardo in tutti i sensi. Quello lirico, con un disco che passa dalle contraddizioni della propria terra all’interrogarsi su ciò che ci circonda e su cosa rende questa vita ancora degna di essere vissuta. E sul piano musicale, con canzoni che pur non rinnegando il rock delle origini del gruppo si coloriscono di elettronica e fiati.
In questa chiacchierata, Giulio spiega Rockol come uscire dai meandri del “Tunnel supermarket”


Partiamo dal titolo: che cos’è il “Tunnel supermarket”?
E’ quello che abbiamo intorno: un immenso show, in cui tutti tentano di venderti di tutto, anche ciò che non si dovrebbe. Però, ogni tanto, in questo immenso spettacolo, un sorriso o viceversa una della malinconia ti fa riconoscere che c’è qualcuno e/o qualcosa che ha una vena diversa, non allineata a questo imperativo categorico di svendersi comunque. Credo che la copertina sia appropriata: una bellezza che sembra interessante, ma che è invece finta, artificiale.

Quello della bellezza “salvifica” è un tema ricorrente nel disco…
La bellezza può salvarci fin tanto che siamo ancora in grado di riconoscerla come tale, senza farci abbindolare da modelli che non hanno nulla a che fare con l’autenticità. Il discorso che pervade tutto il disco è quello della ricerca dell’autenticità. La bellezza ti aiuta e ti fa avvicinare ad una dimensione più vera delle cose.

In “Tu sei così semplice” parli appunto di semplicità. Ma il paradosso del vostro disco è che è musicalmente tutt’altro che semplice, anzi è molto complesso. Dove sta allora il giusto confine tra semplicità e complessità nella bellezza?
Se intendiamo la semplicità come punto d’arrivo e non di partenza, allora non c’è contrasto. Se la semplicità è il risultato di un percorso in cui ci si interroga sul proprio profondo essere, allora non coincide più con una lettura superficiale delle cose, ma ha piuttosto a che fare con i sentimenti ultimi, che poi sono anche i primi.
Per semplicità gli Estra hanno sempre inteso il risultato di un processo, di un lavoro. Penso, per esempio, che le canzoni di Fabrizio De André fossero semplici, ma frutto di mesi di lavoro su una parola.

“Tu sei così semplice” è la versione italiana di “The passenger” di Iggy Pop. Com’è nata questa idea, che si rifà ad una pratica ormai desueta come quella della traduzione delle canzoni straniere?
Noi abbiamo sempre suonato canzoni che facevano parte della nostra passione per la musica: Nick Cave, Jeff Buckley, lo stesso Iggy Pop. Questa è una di quelle canzoni che suoniamo da anni, appunto. Nel momento in cui ci è venuto in mente che stavamo perseguendo un’ideale di musica semplice, cosa meglio di suonare una canzone fatta su quattro accordi e su un ritornello che fa “la la la”? Ci è sembrato il riassunto di tutto quello che siamo in questo momento, con in più tutta la gratitudine per chi, come Iggy Pop, ci ha fatto innamorare di questa musica.

Dicevamo prima che “Tunnel supermarket” è in realtà un disco complesso: da un lato c’è il classico impatto degli Estra, fatto di chitarra basso e batteria; dall’altro ci sono suoni nuovi, come l’elettronica, i fiati…
Credo che sia il risultato di un processo. Una volta che hai capito chi sei, che cosa vuoi, ti metti in viaggio veramente e scopri nuovi mondi. Una volta che hai conosciuto la tua casa, apri le finestre e lasci che entri il vento. In questo senso le canzoni scritte fino a “Nordest cowboys” erano scritta da una stanza, sempre dal punto di vista di un io. Quelle di “Tunnel supermarket” hanno invece tutte un interlocutore, un senso di apertura. Gli Estra hanno aperto le porte e giocano, anche musicalmente, con tutto quello che hanno imparato in questi anni. Ormai sappiamo usare bene un sequencer, o un computer, ma lo filtriamo attraverso il nostro suono. Sarebbe stato facile fare un altro disco come “Nordest Cowboys”, che era stato apprezzato molto da chi ci seguiva, ma abbiamo preferito seguire un’altra strada.

In “Niente da dire” c’è una voce campionata al computer. Avete usato un espediente che già i Radiohead avevano sperimentato in “Ok computer”…
Non so se il paragone sia evitabile, ma l’idea è quella di far convivere delle cose. Questa canzone, insieme a “Puro però”, parla della ricerca di purezza, che però è immersa in un contesto che non è più naturale da tempo. La musica stessa ci mostra quanto dobbiamo convivere con la tecnologia. “Niente da dire” è una canzone che parla di solitudine, ed è introdotta da un computer, ovvero ciò che dovrebbe tenerci compagnia, ma forse rimarca solo il nostro essere soli. Ma si dice anche proprio che dal non avere più nulla da dire si può ripartire, alla ricerca di quegli elementi sacrali che fanno sì che la vita sia degna di essere vissuta.

Proprio “Sacrale” mi sembra il centro del disco, il manifesto dei nuovi Estra. In cosa consiste “Quel tanto di sacrale che forse basta a salvarci”?
E’ tutto ciò in cui si riesce ancora sentire qualcosa di eterno, come la bellezza appunto. Nella canzone si parla anche di “quel poco di reale” e ci tengo a sottolineare il “poco”: nel “Tunnel supermarket” tutto è tanto, meraviglioso, sfavillante, ma non si parla del poco di concreto che può dare senso ad un’esistenza.

Tornando al piano musicale, oltre al computer, nel disco c’è l’uso inedito dei fiati. Come vi è venuto la voglia di usarli?
Avevamo voglia di essere divertiti dalla musica. Ci è sempre andata un po’ stretta questa immagine seriosa che abbiamo. Noi ci divertiamo molto in quello che facciamo, e la musica ci insegna che la vitalità è tutto. Allora cosa meglio di una sezione fiati per esprimere questa voglia di vitalità?

“Tunnel supermarket” è stato prodotto insieme a Giovanni Ferrario, dopo l’esperienza con Bob Wilson per “Nordest Cowboys”. Quanto ha contribuito al risultato finale?
Credo molto nell’incontro di persone e ovviamente il disco non sarebbe stato lo stesso senza di lui. Giovanni ci ha aperto molte porte: penso soprattutto all’attenzione data alla struttura ritmica delle canzoni, a quello che succede sotto, prima della struttura armonica. Un grande contributo ci è arrivato anche da Fabrizio Simoncioni che, per quanto io conosca, è il miglior tecnico e fonico italiano.

Come porterete dal vivo un disco del genere? Potrebbe non essere facile…
Abbiamo imparato a non avere fretta: ricominciamo da dove siamo sempre stati, ovvero chitarra basso e batteria. Poi, quando inizieremo a suonare durante l’estate, porteremo poco per volta questi suoni. Abbiamo anche pensato a portare i campioni da subito nel nostro concerto, ma ci siamo resi conto che non abbiamo bisogno da subito. Il disco è una cosa, il concerto è un’altra. Non vogliamo trasformare il nostro plug-in in qualcosa di totalmente tecnologico. Ci sarà da una misura da trovare e non abbiamo fretta di trovarla.


(Gianni Sibilla)

(25 Mag 2001)

© Riproduzione riservata. Rockol.com S.r.l.

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