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Asian Dub Foundation
Lo si era capito da un pezzo che agli Asian Dub Foundation l'etichetta di "band militante" stava stretta. Quando Rockol li ha incontrati, poco prima di Natale, la band anglo-indiana era tranquillamente impegnata in un pasto "d'emergenza" in un hotel milanese, poco prima di prendere un aereo che li avrebbe portati alla prossima tappa del loro serrato tour promozionale di presentazione di “Enemy of the enemy”, in uscita in questi giorni.
Ci sono apparsi stanchi di spiegare le loro posizioni ("Chi è il 'nemico del nemico' di cui parliamo nell'album si capisce ascoltando il disco"), gli Asian si illuminano parlando di musica, e non solo. "La gente spesso si dimentica che prima di tutto siamo musicisti", ci confidano, esausti. L'argomento dovrà essere la musica, quindi. E di musica si parlerà...
Cosa differenzia maggiormente "Enemy of the enemy" dai vostri lavori precedenti?
Questo disco, effettivamente, è molto più complesso rispetto ai vecchi album: la nostra musica, in fondo, è sempre stata una materia molto duttile, soggetta a cambiamenti. Non ci è mai piaciuto fissarci su una formula o su uno stile particolare: raccogliamo letteralmente quello che ci circonda, le sensazioni che respiriamo. Nei nostri lavori precedenti si sentiva molto di più l'influenza del jungle e della drum'n'bass, perché allora erano quelle le istanze musicalmente più forti che ci circondavano. In questo nuovo disco forse abbiamo privilegiato ritmiche meno ossessive e più divertenti, giocando più sulle parti suonate e facendo meno affidamento su campionatori e drum machine. Le "mutazioni musicali" rimarranno comunque sempre un nostro tratto distintivo: anche in futuro, non ci fermeremo mai nella ricerca, e continueremo imperterriti ad assorbire tutte le novità..
"Enemy of the enemy" sembra offrire un sound più potente e cattivo rispetto al vostro di qualche anno fa...
Ciò che volevamo comunicare scrivendo "Enemy of the enemy" era essenzialmente gioia: quindi penso che sì, questo disco possa essere considerato potente ma non cattivo, almeno nel vero senso del termine. Semmai "arrabbiato", o "appassionato", perché comunque la rabbia fa parte di quel ventaglio di emozioni che caratterizzano noi umani; nella nostra musica facciamo sempre attenzione affinché vengano rappresentate sempre tutte le emozioni, senza nessun tipo di censura.
Una canzone è intitolata "Basta", che in italiano suona come “Stop”. E’ il significato che volevate darle in origine oppure...?
Sì, esattamente. E' una parola che anche un movimento per la lotta alla globalizzazione ha portato alla ribalta internazionale, e che riporta alla mente le lotte dei contadini messicani e in generale tutti i movimenti rivoluzionari dell'america latina. Gli abbiamo dato quel titolo perché noi, solitamente, quando scriviamo una canzone, ci domandiamo sempre cosa ci riporta alla mente quello specifico brano, che sensazioni ci offre....
Cosa potete dirmi del vostro lavoro col regista francese Mathieu Kassovitz?
E' un progetto che ci ha molto affascinato, e che è stato molto interessante per noi realizzare. In sostanza, abbiamo suonato in contemporanea alle sue immagini. Qualcosa tipo quella si usava fare ai tempi del cinema muto, una sorta di commento musicale al il suo film forse più celebre, "L'odio". Amiamo quella pellicola: a me, personalmente, ha colpito in particolare modo l'interpretazione degli attori protagonisti, e come si svolge la storia. Abbiamo deciso di fare un lavoro del genere considerando come, per "L'odio", non avremmo potuto limitarci a scrivere dei brani: ci voleva qualcosa di più organico, di più complesso. Ma la cosa che ci ha affascinato di più, in questa operazione, è stato forse il fatto di riuscire a riportare la nostra musica in primo piano: troppo spesso, infatti, il pubblico rimane colpito innanzitutto dai testi delle nostre canzoni, dimenticando il fatto che noi, prima di tutto, siamo musicisti. Per questo ci fa piacere sapere che questo nostro lavoro raggiungerà anche il nostro pubblico: l'uscita di un DVD del film con le nostre musiche è già stata programmata...
Avete in programma altre esperienze del genere, magari con altri registi?
E' una cosa che ci piacerebbe molto, e che in futuro, se ci si presentasse la possibilità di rifare, faremmo molto volentieri. Sicuramente, pur essendo rimasti più che favorevolmente colpiti dall'esperienza con Kassovitz, la prossima volta vorremmo essere più coinvolti nella realizzazione dell'intero progetto: sarebbe un'esperienza parzialmente diversa, perché per "L'odio" ci siamo trovati a fare i conti con un film già realizzato, senza avere la possibilità di seguire tutte le fasi di realizzazione della pellicola.
In questo disco, tra le altre cose, avete collaborato con Ed O'Brian, chitarristadei Radiohead...
La presenza di Ed in "Enemy of the enemy" è stata molto naturale, perché siamo amici e ci rispettiamo reciprocamente da tanto tempo. Ci eravamo incontrati in occasione di un concerto, e gli abbiamo chiesto se gli fosse piaciuto collaborare all'album: a lui l'idea è piaciuta, e quindi... eccoci qua.
Vi sentite più a vostro agio come "ensemble" elettronico o come rock band?
Non abbiamo mai considerato, come musicisti, questo genere di distinzioni, anche se è vero che alla stampa questo genere di categorie spesso fanno comodo. Ci interessiamo al suono, e ci preoccupiamo che le nostre canzoni siano belle: non ci importa molto, poi, se le sonorità che abbiamo utilizzato siano state ottenute con una chitarra acustica o con un campionatore.
C'è qualche artista che sentite particolarmente vicino a voi, al momento?
Probabilmente The Streets, un rapper che in Inghilterra, al momento, sta riscuotendo molti consensi. O Momo, un artista molto interessante. In particolare, ci affascinano tutti quei musicisti interessati alla ricerca, che abbiano una visione forte e completa delle potenzialità da sfruttare durante la composizione.
(Davide Poliani)
(06 feb 2003)
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