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Francesco Renga
Scusi, giocherebbe a “mosca cieca” con Rockol? Veramente gli strafighi che sanno tutto del marketing lo chiamano “blind test”, che sta per “test alla cieca”, effettuato cioè su un prodotto del quale inizialmente non si fornisce il nome all’intervistato. Può andar bene anche qui, visto e considerato che la musica è pur sempre un prodotto, e che c’è pur sempre un intervistato. Ma la componente giocosa dev’essere almeno sullo sfondo, a bilanciare il rischio di qualche figura non proprio impeccabile (nessun aiutino, sia chiaro a tutti). Il ruolo del kamikaze, per questa “prima volta”, spetta a Francesco Renga, di professione cantante, nato 34 anni fa a Udine (anche se tutti credono che sia bresciano purosangue, e forse è giusto così), un disco di platino per l’album “Tracce”, catapultato nell’etere dopo la buona riuscita in Riviera, “Sto già bene” ultimo singolo in - come dicono loro - heavy rotation nelle radio in tv e sui telefonini, un tour “di ringraziamento” Nord-Sud-Est-Ovest da metà gennaio a metà febbraio 2003, che si chiude lunedì 16 a Milano. E ancora: una partecipazione al 53° Festival di Sanremo in coppia con Gianna Nannini felicemente schivata; l’involontaria responsabilità di avere accelerato con la propria partenza la fine, o forse meglio la dissoluzione nel Movimento dei Timoria; l’ingresso dalla porta principale nell’immaginario collettivo (il duetto con Morandi davanti a qualche milione di italiani in poltrona, il concerto di Natale in Vaticano al cospetto del Papa)… Eccolo qui, un po’- diciamo - titubante (“Ho paura”, butta lì prima di cominciare e poi ridacchia), pronto comunque ad ascoltare il brano numero uno di questa specialissima e altrettanto introvabile compilation. Quella che segue è la cronaca “abbastanza” fedele di un viaggio tra distese azzurre e verdi terre, discese ardite e risalite. Solo nel deserto non siamo stati: sarà per un’altra volta.
Track 1.
Una fisarmonica molto francese, “In the port of Amsterdam/There's a sailor who sings”, la voce che ricorda da vicino quella di David Bowie…
“Non è Bowie…”.
Francesco no, non è il Duca Bianco, ma si avverte una nota di perplessità…
“Conosco la versione di Bowie, mi rendo conto che questa è un’altra cosa, ma…”.
Ma un po’ la richiama: beh, non ti si può dare torto, dal momento che Scott Walker rientra a pieno titolo nelle fonti primarie d’ispirazione di Mr. Jones.
“Scott Walker?”.
Vabbè, è un colpo gobbo, non tanto perché il disco è del ’67 e tu saresti nato solo l’anno dopo, ma in quanto l’ex leader degli Walker Brothers non è quel che si dice un artista sovraesposto, la sua aura di crooner esistenzialista non è arrivata fino a noi, e il suo ultimo album, “Tilt”, risale al ’95. Ah, secondo Bowie fu il disco dell’anno. Dai, non deprimerti…
“Vedi che avevo ragione a preoccuparmi? Non riconoscerò nessuno… Comunque se Bowie è l’Artista con la A maiuscola, e devo a lui se ho cominciato a cantare, questo Walker mi piace”.
Track 2.
Un pianoforte malinconico, una slide che arriva da lontano, e poi…
“Maledizione, questa voce mi dice qualcosa, ma so che non può essere Thom Yorke: comincio a sospettare che tu lo faccia apposta. E poi, come sai che rimasi folgorato dai Radiohead di ‘The Bends’?”.
Queste cose si vengono a sapere (bugia a fin di bene).
“Yorke è il più grande cantante stonato del mondo, poi se devo essere sincero le ultime cose non mi hanno preso molto”.
Uhm, detto da te questo dev’essere un complimento. E adesso ti svelo l’arcano: sono i Big Star di Alex Chilton, quello che a 17 anni - quand’era nei Box Tops - fece il giro del mondo con “The letter”, per certi versi le poste funzionavano meglio di adesso. I Big Star piacevano molto a Jeff Buckley, che rifece la loro “Kangaroo”.
“Ah, ecco…Grande Jeff, ho ascoltato anche il padre, ma amo soprattutto il figlio. Tim era, come dire, un po’ troppo cerebrale”.
Track 3.
Parte un delicato arpeggio di chitarra, e poi quella vociaccia…
“Questa volta non mi freghi: è Tom Waits, anche se qualche sigaretta e qualche bicchierino fa”.
Non dirmi che ti piace, un cantante pulito come te?
“Scusa, ma di cosa ti meravigli? Tom Waits è un genio. E poi una bella voce non è niente: spesso non serve, talvolta rappresenta addirittura un limite. È importante trasmettere qualcosa, cantare ‘bene’ da questo punto di vista non è determinante, anzi. Però, attenzione: ognuno canti con la voce che ha”.
Stai pensando a Zucchero?
“Adesso non farmi dire cose che non ho detto. Se ho capito cosa intendi, è solo che Zucchero ogni tanto si fa prendere la mano dall’amore per Joe Cocker”.
Track 4.
La voce entra subito, pastosa e profonda.
“Note da brividi… Bellissimo, anche se l’arrangiamento è fin troppo ridondante”.
Beh, l’arrangiatore è Paul Buckmaster, quello del primo Elton John. Le note da brividi invece provengono dalle corde vocali di Shawn Phillips, disconosciuto coautore di alcuni classici di Donovan (un rapporto di collaborazione finito male, va da sé), un lungo periodo trascorso a Positano. L’ho scelto per l’uso della voce come strumento (oltretutto Phillips influenzò tra gli altri un certo Alan Sorrenti).
“A costo di ripetermi, l’importante è quello che trasmetti. Quanto al come… Poi non amo i leziosismi, e se vuoi sporcare la voce, non devi far danni. Scusa se faccio un passo indietro: Jeff Buckley era in grado. Un altro che ha questo potere, saltando di palo in frasca, è Ian Gillan dei Deep Purple”.
Track 5.
Un rullatone, qualche nota di clavicembalo, e poi: “Che cos’è? C’è nell’aria qualcosa di freddo che inverno non è”…
“Un momento, questo so chi è. Il panzone, come si chiama, quello degli Aphrodite’s child”.
Demis Roussos, proprio lui. Però, un po’ di rispetto: già uno per avere un po’ di visibilità si ritrova a dover duettare con Spagna… Mi sa che questa canzone non l’avevi mai sentita.
“No, bella… come s’intitola?”.
È un pezzo di Sergio Endrigo, “Lontano dagli occhi”, Sanremo 1969.
“Mamma mia che nota ha preso qui… Che bravo! E poi senti come si sforza, una canzone non può essere solo una passeggiata, si deve anche fare fatica. Certo questo è un modo molto dispendioso di cantare…”.
Track 6.
Pianoforte e organo Hammond, un po’ alla Procol Harum.
”Anche questa voce non mi è nuova, aspetta… io per i nomi… è quello tutto bianco, il cantante dell’Equipe 84”.
Maurizio Vandelli, sì, da un misconosciuto album prog dell’Equipe che risale al lontanissimo 1970, “Id”. Questo pezzo dura più di sette minuti, mai inciso brani così lunghi?
“Eh, al massimo ho superato i cinque, ma lasciami dire che questo signore canta, eccome se canta. Del resto i gruppi italiani di quegli anni avevano quasi tutti fior di vocalist. Lasciami ascoltare ancora un pezzetto… Mai sentita questa canzone, Equipe prog, chi l’avrebbe mai detto?”.
Track 7.
Piano jazzato, “le grida della strada”…
“Grandissimo Francesco, è un cantante inarrivabile, oltre a essere una persona squisita e un gran gourmet”.
Questa è un’ospitata nel disco dei Têtes de Bois in omaggio a Ferré, paradossalmente per uno come Di Giacomo è più facile trovare spazio così, penso anche all’album di fado inciso insieme a Finardi, che con il Banco.
“Beh, sai, il gruppo non ha velleità di classifica, segue un percorso tutto suo, una cosa che comunque gli fa onore”.
Ecco, appunto: il successo. Che cosa gli hai sacrificato, Francesco?
“Non la metterei su questo piano: io stavo inseguendo un sogno, che era vivere di musica, della mia musica. Il successo è giunto inaspettato, non sono stato io a cercarlo”.
Nessun compromesso?
“Beh, scendere a patti in un certo senso lo devi fare, ma ti assicuro che se non mi va una cosa, non la faccio. D’altro canto, sono stati diciotto anni di battaglie, ma anche con i Timoria nel ’91 andai al Festival”.
E anche senza di te ci sono tornati, con la differenza che per Pedrini e compagni Sanremo 2002 è stato in un certo senso l’inizio della fine, per te l’inizio dell’inizio.
“Sono sempre scommesse… guarda i Quinto rigo: la prima volta hanno fatto il botto, poi però…”.
Track 8.
Parte una poderosa sezione di fiati, quindi arriva lui…
“Credevi forse che non avrei riconosciuto Demetrio? Anche se per me Stratos non è quello dei Ribelli che mi stai facendo ascoltare, e neanche quello della sperimentazione. Per me Demetrio ‘è’ gli Area, ogni tanto non resisto e mi vado ancora ad ascoltare ‘Luglio, agosto, settembre (nero)’. Ah, quella vocalità così spinta, quel vibrato così deciso…”.
Track 9.
Un piano discreto, un filo d’organo: “The killer lives inside me: yes, I can feel him move”.
“Sti cazzi!”.
Prego?
“Volevo dire, che voce! Bella, pulita, densa… Un’idea ce l’avrei, ma… Dai, dimmi chi è”.
Peter Hammil.
“Ah, Van Der Graaf Generator, volevo ben dire. Un cantante importantissimo nel panorama prog, una scena che mi ha profondamente influenzato, penso anche a un album come ‘The lamb lies down in Broadway’ dei Genesis. Dai, andiamo avanti che ci ho preso gusto”.
Track 10.
La voce aliena non dà neanche il tempo di respirare, Francesco per un momento indossa i panni del commissario Montalbano:
“Minchia! Ma è bellissima…”.
Sfido: Antony (che non si muove mai senza i suoi Johnsons) è un cantante straordinario, di quelli che si contano sulle dita di una mano. Francesco sembra quasi isolarsi, si lascia avvolgere dalla malinconia del canto d’amore per il “dead boy”. Da voce a voce, senza mediazioni. Qualche volta è il caso di tacere, un’intervista può vivere anche di silenzi.
Track 11.
Questa canzone l’hanno scritta per te…
“Per me?”.
Si fa per dire, sembra fatta apposta per la tua voce.
“Sono proprio curioso… Ma è un pezzo dei Muse!”.
“Sono” i Muse, solo che questa versione di “Unintended” è stata registrata durante un concerto a Monaco.
“Shhh, fammi sentire come la fa dal vivo…”.
Ed ecco il “miracolo”: Francesco Renga e Matthew Bellamy cantano insieme “You could be my unintended/Choice to live my life extended/You should be the one I'll always love”. Di nuovo tacere, tacere e ascoltare.
Track 12.
Lui non lo sa, ma Francesco sta per imbattersi in quella che a detta di molti si avvia a diventare una delle band più importanti del pianeta. Se già non lo è. L’introduzione lo cattura, anche se dà l’impressione di chiedersi dove siamo capitati. “Strana, ma molto bella… un’atmosfera che mi ricorda l’Islanda”. Bingo! Non male, Francesco: sono i Sigur Rós di Jónsi Birgisson. “Sono questi, allora… Domani corro a comprare i loro dischi”. Sapevi che nell’ultimo album, (), Jónsi canta in una lingua inventata, l’hopelandish? E che effetto ti fa? “Beh, non è facile suscitare emozioni senza dire niente, sono molto legato al testo, però…”.
Track 13.
Come e più che al supermercato: ma quale tre per due, qui si offre il tre per uno. E così scarrozzo Francesco da Händel a uno stagionato pop brasiliano, a una versione impensabile di “Satisfaction”: Renga assiste divertito alle performances di Edson Cordeiro, quattro ottave in un corpo da mandrillo che si diverte a rivestire con gli abiti di Barbie (girl). “Cosa posso dirti, troppa grazia, io sono solo un tenore…”. Appunto: dopo Sanremo, la Lotteria Italia, il concerto in Vaticano, forse dietro l’angolo c’è proprio un tenore. Anzi, Il Tenore. E chissà che il 2003 non ci riservi la sorpresa di un duetto Renga-Pavarotti, magari sulle note di “Tracce di te”. Beninteso, se non sarà troppo compromettente.
(Ivano Rebustini)
TRACKLIST Scott Walker: “Amsterdam”
Big Star: “Holocaust”
Tom Waits: “Time”
Shawn Phillips: “'L' Ballade”
Aphrodite's child: “Lontano dagli occhi”
Equipe 84: “Un brutto sogno”
Francesco Di Giacomo e i Têtes de Bois: “Il tuo stile”
I Ribelli: “Nel sole, nel vento, nel sorriso, nel pianto”
Van der Graaf Generator: “Man Erg”
Antony and the Johnsons: “I fell in love with a dead boy”
Muse: “Unintended”
Sigur Rós: “Svefn-g-englar”
Edson Cordeiro: “Lascia ch'io pianga”, “Down em mim”, “A rainha da noite/(I can't get no) Satisfaction”
(14 Feb 2003)
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