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Shel Shapiro
11 Feb 2002 -

Shel Shapiro

Lo spirito di Shel aleggia sulla vecchia casa della Milano vecchia, sui tappeti spessi e le testimonianze di mondi lontani, la collezione di incensi e le fotografie “storiche” allineate sul pianoforte, il fascio di portachiavi www.shelshapiro.com e il maestoso sitar usato per la psichedelica “Finché c’è musica mi tengo su”. Lui non c’è, ma arriverà di lì a poco, la chioma lucente come nello spot di uno sciampo: “Con questo caldo non vedevo l’ora di tagliarmi i capelli, ma c’era ‘Venti di ponente’, non potevo accorciare la chioma dell’armatore inglese. Alla prima occasione… zac, e mi sa che non è ancora finita”. Sessant’anni compiuti il 16 agosto, tutti vissuti - quale più, quale meno - “per amore della musica”, l’ex cantante e chitarrista dei Rokes, totem del beat nostrano ma non solo, ha ritrovato (e riscoperto) il piacere di suonare davanti a migliaia di persone. Un piacere condiviso a fine luglio, sul palco del “Recanati forever”, con un vecchio compagno di merende sonore, il “ragazzo irresistibile” Maurizio Vandelli, vecchio leader dell’Equipe 84 ormai delegata a Franco Ceccarelli. E, a proposito del praticamente inedito duo insieme a Vandelli, Shapiro - tornato nei negozi a gennaio 2002 con “Shel”, quindici anni dopo “Per amore della musica”, un titolo che non vi riuscirà nuovo - avrebbe in mente di incidere un disco proprio con il Principe di Modena: “Ora che la gente ha mostrato di gradire l’accoppiata, vedremo se nascerà qualcosa. Per suonare assieme basta salire su un palco, mentre per incidere un disco occorre un’idea forte. Potremmo trovare una strada comune nelle canzoni di altri autori”, aveva dichiarato il musicista londinese lo scorso luglio. E proprio le canzoni di altri autori che nel bene o - perché no? - nel male hanno significato qualcosa per lui sono la meta del viaggio che stiamo per cominciare in compagnia di Shel Shapiro. In carrozza, si parte!

Track 1: Ossipov russian folk music orchestra/Russian dance tunes.
Shel strabuzza gli occhi, poi si butta: “Sono i Musicanova?”
Ma che Musicanova, ho voluto cominciare dalle tue origini. In senso lato: non è forse nonno Shapiro che suonava il corno nella banda dello zar Nicolai II?
“Sì… certo fa uno strano effetto ascoltare questo brano: ho detto Musicanova, avrebbe potuto essere Goran Bregovic. Alla fine in Europa ci ritroviamo tutti con le stesse radici”.

Track 2: Gene Vincent/Baby blue.
“Aspetta, questo lo conosco…”
Sfido, hai suonato con lui un anno e mezzo…
“Ah, ma è Gene! So che gira una voce, quella che avrei militato nei Blue Caps… beh, non è vero. Però Vincent l’ho accompagnato sul serio, nel suo periodo inglese: la mia carriera è iniziata così, poi sono venuti il Laurie Jay Combo, il Shel Carson Combo, finché io, David, sono diventato Shel. Furono anni divertenti, ma anche burrascosi. Suonavamo nelle basi americane e in locali al limite del malfamato: sai Gangs of New York? Bene, le nostre erano Gangs of London. Una volta stavo al pianoforte quando un tizio spaccò una bottiglia sulla tastiera e diede il la a una rissa pazzesca: un incubo!”.

Track 3: Chuck Berry/Roll over Beethoven.
Shel canta sul disco, battendo il tempo col piedino, piedino si fa per dire. Colpo di scena: tiro fuori dalla borsa un 45 giri con copertina bianca forata. Sono i Rokes, ed è proprio “Roll over Beethoven”, in un’edizione fuori commercio inclusa nella rivista “Raro!”. Shel, mi fai un autografo che così si alza la quotazione? Ride e firma, poi borbotta: “Certo che me lo potevano anche dire, e magari mandarmi una copia”.
Tornando a Berry?
“Tornando a Berry, lui e Jerry Lee Lewis, Elvis e Ray Charles, Bill Haley: sono questi i miei maestri. Beh, non solo miei. Sai con chi suonavo nelle basi americane?”.
No, dimmelo tu.
“C’erano gli Stones, Eric Clapton, Jeff Beck… e facevamo tutti rock and roll. ‘Quel’ rock and roll”.

Track 4: John Barry/The London theme.
Attimo di smarrimento, qualche mumble mumble, poi Shel cede: “Che cos’è?”.
John Barry, dalla colonna sonora di un documentario sulla venuta a Londra di Elizabeth Taylor. L’ho scelto quale tributo alla tua città natale, ma anche naturalmente in omaggio allo Shapiro attore, per aprire una finestra su Shel e il cinema.
“Apriamola pure, ‘sta finestra, ma prima lasciami dire che ogni tanto anche i grandi compositori toppano, e questa mi sembra proprio una grossa cagata. Io e il cinema? Mi piace e mi diverte: sia recitare, dai musicarelli con Rita Pavone e Totò a Brancaleone, alle cose più recenti come ‘Il nostro matrimonio è in crisi’ di Antonio Albanese, sia scrivere musica da film, anche se a dire il vero non è che ne abbia composta poi molta. Un brano però lo ricordo con piacere: l’avevo scritto per la colonna sonora di un film messicano, un verso - ‘Cosa non pagherei’ - lo tenni buono per una canzone che avrei dato a Patty Pravo”.

Track 5: Dusty Springfield/I close my eyes and count to ten.
“Sicuramente americana”.
Ehm, assolutamente inglese… e pure tua concittadina.
“Ah, questo pezzo si è subito rovinato, l’intro di piano è bellissima, ma poi… Inglese? E di Londra come me? Chi è?”.
Dusty Springfield, questa canzone l’avrebbe tradotta in italiano Fausto Leali: “Chiudo gli occhi e conto a sei”, perché contare fino a dieci incasinava la metrica.
“Ah, Dusty, Dusty… una cantante da pelle d’oca, guarda se non mi credi”, e mostra il braccio sul quale si avverte un principio di mutazione.
“Ora ti spiego perché non l’ho riconosciuta subito: è sempre stata la più americana delle cantanti inglesi, il suo stile rimandava a Memphis, non a Londra”.
Londra, London… lasciami fare un’associazione al volo: che cosa mi dici di Julie London?
“Un’altra da pelle d’oca. La sua versione di ‘Cry me a river’ mi fa venire i brividi”.

Track 6: Frankie Hi-Nrg Mc/Il beat come anestetico.
“Facile, questo è Frankie. Vuoi sapere com’è nata la nostra collaborazione? Tutto cominciò circa cinque anni fa, poi per un motivo o per l’altro non se ne fece più niente. Ma quando cominciai a lavorare a ‘Shel’, mi venne voglia di attualizzare ‘Che colpa abbiamo noi’, non avrei potuto cantarla come nei Sixties. Ed è nata la cover”.
Che cosa pensi delle campionature?
“Mi divertono, ma fermiamoci qui”.

Track 7: Mal & Primitives/Every minute of every day.
“Mammamia, e questo chi è? Sembra Tom Jones… uhm, non è Tom Jones, vero?”.
No, cala.
“La voce me lo ricorda, ma in effetti… Dai, dimmelo tu”.
Adesso farai una faccia strana: è Mal, quello inglese, però.
“Ecco, la cazzata più grossa che avrebbe potuto fare, artisticamente parlando, è stata quella di venire in Italia. Aveva una gran voce, credo che ce l’abbia ancora, ma…”.
…ma il repertorio difficilmente è stato all’altezza.
“Questo l’hai detto tu, però è proprio così”.

Track 8: The Vines/Factory.
“Questa potrebbe essere una band di Liverpool dei miei anni verdi”.
Invece è una band australiana dei tuoi anni azzurri: ben imitato, eh? Il leader Craig Nicholls è uno sfasciachitarre come Pete Townshend.
“Lasciamo stare questi aspetti… certo che la musica è proprio ciclica, non trovi?”.
La musica che gira intorno, ha ragione Fossati…

Track 9: The Troggs/With a girl like you.
“Vuoi che non riconosca i Troggs? Però, però…”
C’è qualcosa che non ti torna, eh? Il fatto è che questa versione non è l’originale, ma il frutto di una non fortunatissima reunion negli anni Novanta.
“Volevo ben dire… un brano carino e divertente, ma niente a che vedere con il loro pezzo forte”.
Stai per caso pensando a “Wild thing”?
“E a cosa se no? Ti ricordi la versione di Hendrix? Il classico caso di una canzone immensamente più forte della band che l’ha lanciata”.

Track 10: The White Stripes/Seven nation army.
Shel si fa improvvisamente serio, sembra concentrarsi, poi - come con Chuck Berry - prende a battere il tempo. “Mi piace come canta questo ragazzo, dimmi subito di chi si tratta, perché da solo non ci arriverei”. Sono i White Stripes, Shel, i finti fratello e sorella in realtà coniugi divorziati amanti delle sonorità anni Sessanta.
“Ah, finalmente riesco a sentirli. Sono bravi… ma questa stecca con la chitarra? Uhm, secondo me è voluta, e mi fa pensare che il prodotto sia meno onesto di quel che sembri. Però quasi quasi me lo compro”.

Track 11: The Bee Gees/Spicks & specks.
“Bee Gees, la voce è inconfondibile. Questo pezzo qui però non è che mi piaccia poi tanto, non amo molto le marcette”.
È il più grosso successo del primo periodo, quello australiano.
“Ah, ma per me i veri Bee Gees sono quelli successivi. Ti dirò di più: credo che siano la band più sottovalutata di tutti i tempi. Hanno scritto una quantità di canzoni straordinarie, non ho problemi ad affiancarli ai Beatles”.

Track 12: Brian Wilson/God only knows.
“Una bella canzone, ma non è la mia preferita dei Beach Boys, vuoi mettere ‘Good vibrations’?”.
Eppure secondo Paul McCartney è il più bel brano pop di tutti i tempi…
“È solo l’ennesima cagata che ha detto McCartney, uno che a snobismo non scherza. Vuoi sapere che cosa penso di Paul? Credo che sia solo un onesto artigiano della musica, ormai non ha da dare niente più del suo passato”.
Vai giù con l’accetta, Shel.
“Ma sì, che cosa vuole, sono andato a sentirlo a Roma, band fantastica, ma lui ha rovinato tutto. E si veste pure male. Poi quella cosa di mettere McCartney prima di Lennon, ma chi crede di essere? Un megalomane, ecco cos’è. E che palle vivere di ricordi”.
Anche tu però ogni tanto accarezzi le corde della nostalgia…
“Un momento. Distinguiamo tra nostalgia e revival: la nostalgia è una donna vestita, che ti fa venire voglia di guardarle sotto la gonna; il revival è una troia che la fa vedere”.

Track 13: The Rolling Stones/Like a rolling stone.
“Ragazzi, questa è la più grande rock’n’roll band del mondo! Jagger è figo, egocentrico, carismatico, mentre Wyman e Watts sono una sezione ritmica perfetta per il R&R. E poi le loro radici, come ti ho già detto, sono le mie”.
Comincio a capire meglio la tua avversione per Paul…

Track 14: Todd Rundgren/Rain.
Shel è sconcertato, quasi gli avessi tolto la sedia di sotto il culo, tanto che (metaforicamente) cade come la signora Longari sull’uccello.
Ma come, non riconosci “Rain” dei Beatles?
“Ecco cos’era, ma c’è qualcosa che mi sfugge”.
Ci credo, ti ho giocato uno scherzo da prete… Todd Rundgren l’ha rifatta paro paro, in un album che comprende altre versioni “goccia d’acqua”. Un’operazione quasi metafisica, a voler dimostrare che di certi brani non puoi fare una cover.
“Bravo, proprio così. Bisognerebbe impedire a chiunque di cantare pezzi di Battisti e dei Beatles, per fare soltanto un paio di esempi”.

Track 15: Ringo Starr/Elizabeth reigns.
“Uh, bella questa, sembrano quasi i Fab Four di ‘Abbey Road’”.
Sfido, è Ringo Starr dal suo ultimo album, che se non l’avesse fatto lui, sai che peana dai critici di tutto il mondo. Ma siccome è lo “sfigato” del quartetto, solo sorrisini e pacche sulle spalle.
“Ma senti che finezza… beh, Clapton è sempre Clapton. Un altro disco da acquistare”.

Track 16: Rita Pavone/Cuore.
“Questa è Rita, ci mancherebbe. Una grande artista, in America avrebbe fatto sfracelli, una delle migliori che abbiamo mai avuto. Una voce che è insieme un marchio e un suono: inconfondibile”.
Ma allora, cos’è successo?
“È successo che ha scelto Teddy Reno e la famiglia. Resta una cantante strepitosa, ma la sua carriera è stata sacrificata all’amore, un sacrificio profondo e direi reciproco. Però, se ci pensi, mica una cosa da buttar via”.

Track 17: Patty Pravo/Wasn’t good enough.
“Questa è mia, ‘Non ti bastavo più’, con quel verso - ‘Cosa non pagherei’ - di cui ti avevo parlato prima. Però in inglese non l’avevo mai ascoltata”.
Canta meglio Nicoletta in inglese o Shel in italiano?
Sghignazza: “Shel in italiano”, poi chiede: “Sai chi arrangiò questo brano?”.
Bill Conti, no?
“Proprio così, non era ancora il Bill Conti che tutto il mondo avrebbe conosciuto, ma fece un ottimo lavoro”. Dove posizioneresti questo brano nella hit delle tue canzoni?
“Fra le prime dieci”.

Track 18: Mina/Un nuovo amico-E poi…
Un medley perfetto per ricordare la tua collaborazione con Cocciante e la serie di pezzi che hai composto per Mina.
“Sì, ma che brutta versione… Vedi, Mina ha un talento straordinario, non lo scopro certo io, peccato che perda spesso di vista come utilizzarlo. Questa autocover mi fa incazzare, non mi hanno manco contattato, la sento ora per la prima volta… ‘E poi…’ che realizzammo insieme era sesso allo stato puro, questa qui non è proprio niente, al massimo una bicchierata in compagnia”.

Track 19: Mia Martini/Quante volte.
“Mimì, Mimì… Non ho dubbi: era la più brava di tutte, e per questo disco facemmo un lavoro straordinario, anticipammo di almeno un paio d’anni le sonorità di ‘Private dancer’, Tina Turner. Registrammo a Londra, il batterista sarebbe andato a suonare con gli Wings, e senti il piano, così minimalista, due note, eppure… Del resto, Tears for fears, mica paglia. Nella sala vicino a noi incideva Richie Havens: quando poteva, si univa a noi, si era innamorato della voce di Mimì”.

Track 20: Maurizio Vandelli-Dik Dik-Camaleonti/Come passa il tempo.
“Valgono le cose che ti ho detto poco fa su nostalgia e revival. Maurizio è un bravissimo cantante e pure un amico, ma questa cosa non la doveva assolutamente fare. E poi non viene da toccarsi? Come passa il tempo, e tra un anno saremo tutti morti”, e ride di gusto con la sua grassa, inconfondibile risata.

Track 21: Procol Harum/Weisselklenzenacht.
”Ma allora mi vuoi proprio male… chi sono questi che sembrano i Procol Harum?”
Sono proprio i Procol Harum, Shel, dall’ultimo disco: dopo il Fisher taroccato da Vandelli & Co., questo è il Fisher originale.
“Sì, vabbè, ma dov’è la voce di Gary Brooker?”.
Questo brano è solo strumentale, una specie di “Repent walpurgis” degli anni 2000.
“Ecco, bravo, ‘una specie di’. Non vorrei ripetermi, ma la musica non si progetta a tavolino. La musica si suona col cuore”.

(Ivano Rebustini)

(08 Set 2003)

© Riproduzione riservata. Rockol.com S.r.l.

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