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01 agosto 2010
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Khaled

Khaled

Non c’è che dire, Khaled sa come conquistarti: sa che la sua migliore arma è il sorriso, e la usa spesso, nei momenti più opportuni, quasi per scaricare la tensione e riportare la conversazione a toni lieti e spensierati: sarà che parlare con lui significa affrontare per forza la questione algerina e la follia dell’integralismo, ma spesso il discorso si fa impegnativo, ragion per cui meglio sorridere, ogni tanto... i suoi concerti italiani sono andati benissimo, e hanno visto quasi ovunque il tutto esaurito, segno che la world music ha ormai conquistato un proprio pubblico, come del resto ha fatto Khaled in tutti questi anni...   Allora, Khaled: si dice di te che fossi un personaggio un po’ ribelle sin da piccolo, visto che scappavi da scuola per andare a cantare ai matrimoni... Sì, è vero...(ride). Non potevo farci nulla, era più forte di me. Cantare mi piaceva, soprattutto se lo paragonavo all’andare a scuola, passando tanto tempo al chiuso. Purtroppo i miei non la pensavano nello stesso modo, e così ero costretto a fare tutto di nascosto: ciò non toglie che a volte finissi per essere scoperto, e allora erano guai.   E poi cos’è successo? Il tuo primo disco finì proprio per essere una sorta di inno di ribellione... Be’, più che altro era una canzone d’amore, che poi assunse tutta un’altra valenza. Ricordo che la registrai quando avevo 14 anni, si intitolava "Trig Lycée", e parlava proprio di quelle ragazze di buona famiglia che saltavano la scuola per andare in cerca di avventure. Ebbe u impatto quasi rivoluzionario, come se fosse stato rock’n’roll, e in un certo senso lo era, visto che era il punto di vista dei giovani cantato in una canzone. A Orano ci fu chi non la prese benissimo, però il brano ebbe comunque un grande successo: anzi, potremmo dire che tutto è nato da lì.   Ma perché tanti problemi per una canzone? Be’, posso dirti che non lo so, perché per me è una canzone normale...l’ho fatta io! Credo che il rai canti l’amore, magari a volte in maniera maliziosa, ma sempre comunque senza cattiveria; è una musica di festa, esuberante, che invita al piacere, e forse per questo non piace a chi vi trova dentro dei modi ‘perversi’. Di sicuro la tragedia dell’Algeria passa pure attraverso il tentativo di insediare un regime capace di abolire questa musica, di combatterla come se fosse un vero nemico, quando invece essa riflette soltanto la voglia di divertimento di migliaia di giovani.   E’ stato anche il motivo per cui sei andato a vivere in Francia? Certo, oltre al fatto che per lavorare la situazione a Parigi è molto più aperta e professionale. E’ dal 1986 che vivo in Francia e mi trovo bene, anche se non riesco a fare a meno di pensare al mio paese, ogni tanto, soprattutto quando guardo il mare e penso che, in fondo, è lo stesso che bagna l’Algeria. Per il resto devo dire che il mio arrivo in Francia ha coinciso con l’arrivo del successo, grazie a quel brano, "Didi", che conoscete benissimo anche in Italia...   A proposito, al concerto la gente ha cantato a memoria anche "Aicha": te lo aspettavi? Be’, è un altro grande successo... non l’ho scritta io, è di Jean-Jacques Goldman, un compositore francese molto famoso, già autore di molte canzoni per Celine Dion. Gli ho detto che mi sarebbe piaciuto cantare "Aicha" in francese, perché mi piaceva molto la storia e volevo che fosse accessibile al maggior numero di persone possibile. La parola "Aicha" significa ‘vita’, oltre a essere un nome di donna: qualcuno vuole comperare il suo amore, ma lei dice di non avere bisogno di soldi e di ricchezza, perché l’amore non si può comperare. Tutto ciò di cui lei ha bisogno - è questo ciò che gli dice - è amore, rispetto, ossia tutto ciò che lui, offrendole le ricchezze, ha dimostrato di non possedere. Sono molto contento del successo che "Aicha" ha avuto anche in Algeria, visto che in definitiva è un brano che parla di libertà.   Tornando alla tua storia, cosa è successo dopo "Didi"? E’ successo che ho pubblicato un altro album, intitolato "N’ssi n’ssi", che oltre a contenere ancora "Didi", aveva anche brani tratti dalla colonna sonora di un film di Bernard Blier al quale avevo collaborato, "1-2-3 soleil". Poi, ormai più di un anno fa, è uscito "Sahra", l’album ispirato al deserto che conteneva "Aicha"; di recente ho pubblicato "Hafla", un disco dal vivo che contiene i miei brani migliori e che serve a dare un’idea di cosa succede ad un concerto di Khaled.   "Sahra" era un disco molto occidentale dal punto di vista del suono, così come sempre più pop stanno diventando i tuoi concerti, che mescolano flamenco, reggae e canzoni: non hai paura delle critiche di chi ti accusa di essere troppo commerciale? No...anche perché le mie scelte musicali non dipendono dalla mia etichetta discografica, ma veramente da quello che voglio fare io. Il mio voler unire i diversi ritmi tra loro ha un significato ben preciso, che è quello di sottolineare la possibilità di dialogo tra culture diverse. Sai, in fondo i ritmi si assomigliano un po’ tutti, è solo una questione di mettere o no un colpo alla fine di una battuta: l’importante è scegliere bene gli strumenti da utilizzare. Nel decimo, undicesimo secolo c’era gente che aveva viaggiato e seminato delle radici: quello che io voglio fare adesso è andare a recuperare queste radici per avvicinarle alle gente, a chi vive questi tesori come se fossero molto lontani. Per questo mi piacerebbe andare in India o in Iran e prendere un po’ di quelle tradizioni musicali per portarle nella mia musica. Non credo di avere snaturato le cose che faccio: è come dire che il rock’n’roll non doveva nascere perché fondeva tra loro jazz e blues: a chi importa davvero che sia stato Elvis a farlo? Ciò che conta è che la voglia di mescolare le cose abbia prevalso su quella di tenere separate due culture separate. Ad esempio, quando sono stato in Giamaica ci sono stati dei momenti in cui credevo davvero di essere in Africa.   A proposito della Giamaica, cosa ricordi dell’esperienza relativa all’avere registrato lì parte del tuo ultimo disco di studio? La cosa che mi ricordo con più piacere è l’erba...no scherzo.....! La gente in Giamaica è meravigliosa, è molto aperta, capisci subito che ha voglia di conoscerti, di comunicare con te. I giovani dell’isola sono splendidi, socievoli, anche perché convivono quotidianamente con la musica. Io ho avuto la fortuna di incontrare delle persone che mi hanno fatto ripensare ai tempi in cui ero giovane in Algeria, quando per fare musica era necessario avere soprattutto genuinità, non tutto il professionismo che c’è oggi. Anche se poi in Giamaica studi e tecnici sono all’altezza dei migliori posti del mondo.   Che riflesso ha sulla tua vita la drammatica situazione dell’Algeria? E’ una cosa tragica, che vivo con molta sofferenza e amarezza, anche se a distanza, visto che vivo a Parigi ormai da dieci anni. Non so neanch’io qual è la vera realtà del mio paese, so soltanto che mi manca molto, anche se ci sono molte cose da risolvere. Purtroppo la situazione è drammatica, però quando chiamo i miei parenti per telefono li sento su di morale: magari ci raccontiamo barzellette, mi chiedono quale musica si ascolta adesso a Parigi. Ecco, la musica è una cosa molto importante in Algeria, perché permette alle persone di avere speranza. Spesso penso ai miei connazionali in occasione di un premio, di un riconoscimento che mi viene consegnato: per una strana ironia in quei momenti mi trovo invece a che fare con persone che mi considerano un artista francese piuttosto che algerino. Non c’è niente da fare, se non combattere la mia guerra con la musica invece che con il fucile.

(26 ago 1998)

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