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09 Febbraio 2010
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Rita Marley

Rita Marley

Esce in questi giorni un’antologia “definitiva” di Bob Marley, compilata e pubblicata in occasione del ventennale della morte dell’artista (vedi news). Ce ne parla la vedova di Bob, Rita Marley, mescolando – come a nessun altro sarebbe possibile fare – ricordi personali e ricordi professionali.

La scaletta di “One love” contiene sei brani in più rispetto a quella realizzata per “Legend”, nel 1984. Pensi che si tratti di aggiunte significative?
Direi proprio di sì. Questa nuova antologia è un tentativo di dare una risposta ancora più completa all’interesse e alla passione che circola da sempre intorno alla musica di Bob Marley.

Le canzoni aggiunte ti sembrano particolarmente significative per comprendere il percorso musica e artistico di Bob Marley?
Assolutamente. Non è un mistero che la discografia di Marley contenga canzoni di altissimo livello, e quindi credo che da questo punto di vista aggiunte come “Turn your lights down low”, “Lively up yourself” o “So much trouble in the world” siano molto preziose.

Bob Marley ha venduto 300 milioni di dischi in tutto il mondo. Chi pensi che acquisterà “One love”?
La stessa gente che ha acquistato gli altri dischi. Anche se è un’antologia, “One love” ha un grande valore dal punto di vista collezionistico. Io sono una grande fan della musica di Bob Marley e, se ho tutti i suoi dischi, voglio avere anche questo.

Hai firmato con bob Marley l’inedito presente su “One love”, che si intitola “I know a place”. Che ricordi hai di quelle registrazioni, che risalgono al 1977, e cosa pensi di quella canzone?
E’ passato molto tempo ormai, ma mi ricordo l’atmosfera di grande rilassatezza e divertimento, in quelle registrazioni. E’ una canzone molto grezza, anche dal punto di vista sonoro, ma è proprio questo per me il suo fascino. Ed è anche il motivo per cui penso che stia bene su questa raccolta, accanto a canzoni molto più ‘pulite’ dal punto di vista sonoro. Se dovessi scegliere un brano preferito dalla scaletta di “One love” in questo momento opterei proprio per “I know a place”: è ancora oggi un pezzo molto fresco, perché quello era il vero suono di Bob in quel momento, e sono pronta a scommettere che questo singolo diventerà una nuova numero uno! Poi non dite che non ve l’avevo detto…

Quando Bob Marley ha incontrato Chris Blackwell - il boss della sua futura etichetta discografica, la Island - era già un musicista molto popolare in Giamaica, ma ancora sconosciuto all’estero. Quale pensi che sia stato il merito principale di Blackwell nella carriera di Marley?
Aver fatto conoscere la sua musica. Non sono mai stata d’accordo con quanti sostenevano che la musica di Bob sia stata cambiata dall’approccio di Blackwell. Direi piuttosto che quella scritta da Bob era già grande musica, con un potenziale commerciale notevole, e che Blackwell è riuscito a promuoverla nel modo migliore per tutti. Penso che ognuno abbia i suoi meriti, nel grande successo internazionale di Bob.

Amore, ribellione, gioia, politica, religione. Le canzoni di Marley parlavano soprattutto di questo, perché questo era il mondo che sognava. Ha mai avuto la certezza o la sensazione di averlo cambiato con la sua musica?
Certo, e ne era molto felice. Si sentiva però sempre al centro di una continua ricerca, era un uomo in movimento. La lotta non era mai finita, così come la voglia di comunicare il suo messaggio. In particolare erano i concerti a renderlo euforico e felice. L’idea di suonare per delle persone che arrivavano ad ascoltarlo lo elettrizzava e gli dava la forza di andare avanti. Era un uomo che non lavorava per i soldi, ma per la gente. E la gente lo faceva felice.

Da dove arrivava il grande carisma di Marley come musicista e rivoluzionario?
La realtà era la sua forza. Marley cantava la mia vita con le sue parole, il mio dolore con le sue dita, la mia felicità con le sue melodie. Cantava e raccontava con la sua musica la vita di tutti noi. Sia nelle canzoni politiche che in quelle d’amore, sia in quelle più arrabbiate che in quelle gioiose. Bob ha esplorato tutti i temi più importanti con le sue canzoni e ogni volta lo ha fatto in un modo che potesse essere condiviso da chiunque.

Un musicista che viene dal ghetto di Kingston, Giamaica, diventa idolo di bianchi e di neri, di ricchi e di poveri. Marley come viveva questo lato del suo successo?
Bene, direi. Bob non si è mai fatto problemi del genere. Lui guardava alle reazioni individuali delle persone e al tempo stesso a quelle globali delle nazioni. Faceva musica che aveva l’obiettivo di far stare bene la gente, che fosse bianca o nera, ricca o povera. La sua musica non ha barriere, non ha colori, non è per qualcuno o per qualcun altro. Era ed è la musica di Bob Marley, nella quale ognuno poteva e può cercare quello che vuole. One love, one heart… ecco, era così.

Come nasceva una canzone di Bob Marley?
Di solito nasceva grazie a un’ispirazione, che si manifestava nei modi più strani. Potevamo andare tutti a dormire, dopo una giornata lunga e faticosa, e magari, mentre tutti dormivano, Bob alle 3 di notte si sarebbe alzato e sarebbe andato a suonare la chitarra. Dopo un po' veniva in camera, mi svegliava e diceva: “Ho scritto questo, che ne pensi?”, e mi avrebbe fatto ascoltare la canzone. Era una persona sicura di quello che scriveva, ma amava le critiche costruttive. Se qualcuno gli faceva osservare delle carenze o dei limiti si dava da fare per migliorarle.

Hai mai ascoltato delle brutte canzoni scritte da Bob?
Certo. La gran parte delle cose che scriveva ascoltandole la prima volta non era proprio belle. Ma poi lavorandoci finivano per diventare le sue cose migliori. Bob era molto serio in questo. Era un musicista, ma anche il più scrupoloso dei professionisti. Prendeva il suo lavoro come una grande opportunità, ma anche con grande senso del dovere.

Nella storia dei Wailers diversi componenti del gruppo se ne sono andati accusando Marley di fare troppo il leader e di essersi venduto alla musica commerciale. Che tipo di bandleader era, Bob Marley?
Era un grande leader, molto sicuro di sé. Aveva disciplina., dedizione, ispirazione, era uno di quei leader che è un piacere seguire. Non era dispotico, semplicemente quella era la sua vita. Ha dato la sua vita per la musica, come Gesù ha dato la sua per salvare gli uomini. La musica era tutto ciò che aveva.

Marley è stato mai toccato dalle accuse di commercializzazione che gli sono piovute addosso dopo il grande successo internazionale?
No, mai. Bob non faceva musica tenendo conto delle critiche, ma soltanto della sua ispirazione. Tutto quello che ha fatto nella musica veniva da un suo desiderio interiore, e quindi era giusto che venisse fatto. E’ inutile guardare al passato, tanto la storia non si può riscrivere. Bisogna pensare a cosa Marley ha lasciato con la sua musica a noi e a quelli che verranno dopo di noi. E’ questa la sua vera grandezza: quella di aver unito nella sua musica passato, presente e futuro.

Se fosse ancora vivo, oggi Marley avrebbe 56 anni. Cosa credi che farebbe, adesso?
In questo momento molto probabilmente sarebbe impegnato a fare un’intervista. Davvero, non sto scherzando, conoscendo la passione per il suo lavoro, questa è la cosa più plausibile. E’ anche per questo che accetto di buon grado il ruolo di sua portavoce, perché so che lui farebbe le stesse cose che sto facendo io.

Sarebbe contento del mondo in cui viviamo e che lui ha contribuito a cambiare?
No.

Perché?
E chi ne è contento? Una volta dicevamo che non si può smettere di combattere fino a quando non ci sarà pace ovunque. E stiamo ancora combattendo per la pace, esattamente come faceva lui con la sua musica. Per questo non sarebbe soddisfatto. Ma sarebbe certo ancora positivo, e avrebbe voglia di continuare a lottare. Questo lo so.

(09 Mag 2001)

© Riproduzione riservata. Rockol.com S.r.l.

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