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E’ un anno proficuo, il 2011, per i cultori di Rory Gallagher, il guitar hero più timido della storia del rock: prima un doppio Cd di incisioni live e in studio risalenti alla fine degli anni Settanta, “Notes from San Francisco”, ora un doppio Dvd che in un’ora e venti minuti condensa vita e carriera dell’irlandese e in un’altra ora e mezza raccoglie le sue esibizioni nel programma televisivo tedesco Beat Club. I ritagli di giornale riprodotti nella confezione rammentano la statura del personaggio, capace nei giorni migliori di elevare la potenza di fuoco dei power trio quasi agli stessi livelli dei Cream o degli Experience di Jimi Hendrix, incarnando un orgoglio Irish che spianò la strada ai Thin Lizzy come agli U2. E proprio The Edge, incaricato qualche anno fa di svelare una targa commemorativa al Temple Bar di Dublino, è tra coloro che affettuosamente ricordano Gallagher nel documentario “Ghost blues” amorevolmente assemblato dal fratello ed ex manager Donald. Opera piuttosto convenzionale, nel montaggio di filmati live, testimonianze di giornalisti e vecchi collaboratori, ricordi e omaggi da parte di personaggi illustri (Bill Wyman, Bob Geldof, Johnny Marr, Slash, il regista Cameron Crowe) ma utile e commovente nel ricordare la purezza naif di un artista che si tuffò nel rock “per la musica, e non per lo stile di vita”, che non ne voleva sapere di singoli, marketing e classifiche di vendita e che per tale motivo si bruciò consapevolmente ogni chance di diventare una superstar. Troppo bravo, competente e indipendente per accontentarsi di prendere ordini da qualcun altro (fossero anche i Rolling Stones, che pensarono subito a lui quando si trattò di sostituire Mick Taylor), preferì continuare a coltivare un amore profondo per il blues, primeggiando per anni nel gradimento di fans e colleghi (“Come ci si sente ad essere il miglior chitarrista del mondo? Chiedetelo a Rory Gallagher”, rispose una volta Hendrix a un giornalista) e riuscendo persino a pacificare irlandesi di opposte fazioni, cattolici e protestanti, realisti e indipendentisti, per il tempo limitato di una canzone o di un concerto. Le ultime immagini del documentario lo ritraggono già gonfio e imbolsito, vittima di quei micidiali cocktail di alcol e tranquillanti che il 14 giugno del 1995 ne spensero la vita a soli 47 anni lasciando orfana l’unica compagna di una vita, quella Stratocaster scrostata e stravissuta che fa bella mostra di sé nelle session 1971-72 al Beat Club, Gallagher al top della forma in compagnia del bassista Gerry McAvoy e del batterista Wilgar Campbell. E’ il periodo dei primi due album solisti dopo lo scioglimento dei Taste e di un fiammeggiante, abrasivo Irish blues che guarda ai maestri (due cover di Freddie King e Junior Wells) per rivitalizzarne la lezione tra micidiali riff hard rock e ritmi boogie (“Laundromat”, “Used to be”), tirate hendrixiane (“Hoodoo man”), stridenti assoli di slide, intense parentesi alla chitarra acustica (“Just the smile”, “Pistol slapper blues”, “I don’t know where I’m going”) e al mandolino (“Going to my hometown”). Ritratto verace di “un musicista folk in un mondo elettrico” troppo talentuoso per venire dimenticato.
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