Nella primavera del 1965, il cantautore americano Bob Dylan intraprende una tournée di tre settimane in Inghilterra. La sua fama non è ancora ai livelli che raggiungerà di lì a poco, ma è in forte crescita e le sue canzoni stanno già spopolando tra i giovani: su tutte “Subterranean homesick blues” e “The times they are a-changin’”. Albert Grossman, il manager di Bob, decide di far realizzare un film sul tour britannico (che sarà l’ultimo in acustico) e contatta così il regista D.A. Pennebaker, consentendogli di filmare tutto il possibile, dai concerti a siparietti privati nei camerini, stanze d’albergo e hall di teatri.
Ecco così la nascita di “Don’t look back”, il primo documentario rock. Già ristampato qualche anno fa in DVD, oggi la pellicola viene immessa sul mercato in due nuove edizioni: una standard contenente il disco originale più bonus disc con le immagini inedite ed una deluxe che include un libro di 168 pagine con la sceneggiatura originale del film e circa 200 foto ed un “flipbook” con le immagini del video di Subterranean Homesick Blues.
All’epoca del filmato Dylan ha ventiquattro anni ma ha già acquisito grandi consensi grazie agli album “The freewheelin’” e “The times they are a-changin”, come dimostrano il trionfale arrivo all’aereoporto di Londra e le fans che aspettano Bob fuori dall’albergo e che il menestrello di Duluth fa gentilmente entrare nella hall a fare due chiacchiere con lui. In questo periodo Dylan è circondato da una troupe numerosissima fatta di manager, musicisti, tecnici: spicca la presenza di Joan Baez, con la quale Dylan collaborava all’epoca (e si dice avesse una relazione). Il regista cerca di mostrare il lato più umano e personale del cantautore mostrando divertenti scene nei camerini ed un Dylan quasi sempre pronto a scherzare e discutere con tutti. Il pensiero di Bob viene enunciato anche attraverso diverse interviste con giornalisti di numerose testate, ma anche tramite particolari discussioni con alcuni personaggi di cui viene a conoscenza durante la tournée, tra i quali spicca il giovanissimo cantautore scozzese Donovan.
Il disco è completato da cinque tracce audio rimaste fuori dalla prima edizione del documentario: “It ain’t me baby”, “It’s all over now, baby Blue”, “Love minus zero/No limit”, “The lonesome death of Hattie Carroll” e “To Ramona”.
Nella sezione extra è invece presente una versione alternativa dello storico video di “Subterranean Homesick blues” nel quale Dylan lascia cadere per terra i fogli dove sono scritte alcune parole del testo: queste immagini hanno come location un giardino anziché il famoso vicolo che sarà poi scelto come quella definitiva.
“Don’t look back” andrebbe guardato dagli amanti del rock non solo per il suo titolo di primo documentario del genere, ma anche per scoprire un lato inedito (forse più umano) di Robert Allen Zimmerman, un giovane cantautore già grande, che diverrà uno dei musicisti più influenti del XX secolo.
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